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  • Kyuss: …And Circus Leaves Town

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Fine della corsa, inizio del mito

E il grande carrozzone se ne va definitivamente. Titolo profetico, “…And Circus Leaves Town” anticipa di qualche mese il definitivo scioglimento della band rock più spaziale degli anni ’90.
La popolarità del gruppo era alle stelle: video, tour di lusso e la sempre più crescente stima e adorazione di fan e addetti ai lavori. Ma i crescenti contrasti tra Garcia e i siamesi Homme e Goss (produttore storico del gruppo) si erano fatti insostenibili: verso la fine del ’95 il gruppo dichiara la fine e come fu per il Big Ben qualche annetto-luce fa, si sarebbero formati di lì a poco tanti piccoli nuovi universi guidati da tutti i vari personaggi coinvolti nel miracolo-Kyuss.
Le 11 tracce di “…And Circus Leaves Town” lasciano solo indirettamente presagire il catastrofico futuro del gruppo. Infatti, pur senza raggiungere la straordinarietà dei predecessori, l’epitaffio artistico dei Kyuss non svela per nulla le insanabili crepe che si sarebbero rivelate fatali: il lavoro è ibernato in una coltre di fresco vento desertico, che invece di corrodere, mantiene brillante la vena compositiva del gruppo. In generale si denota una maggiore cura dei dettagli, da non confondere con un ammorbidimento della proposta, la quale rimane saldamente ancorata ai freschi canoni stoner, teorizzati dal gruppo 2 album prima. Se proprio bisogna trovare il pelo nell’uovo, va detto che rispetto al predecessore viene meno l’apporto del Josh Homme solista, colui in grado spesso e volentieri di portare la croce; ma nel disco dell’addio, complici i dissidi con major e Garcia (prova eccelsa per lui), il suo chitarrismo viene decisamente amputato.
E se da una parte può mancare la spontaneità e la genuinità di un tempo, formalmente in “…And Circus Leaves Town” sono incastonati diamanti di indubbio valore. Tuttavia, se non fosse per il monicker che campeggia sulla copertina (peraltro splendida), la gente avrebbe parlato di miracolo, della serie “qualcuno che ha saputo in maniera così perfetta assimilare la lezione dei mostri-sacri Kyuss”.[PAGEBREAK] Non c’è manierismo in “…And Circus Leaves Town”, solo la triste sensazione che tutto questo stia per svanire: l’ultimo giro dopo il definitivo atterraggio (vedere ultima traccia, altro titolo emblematico) e i saluti di rito. Ma come non rimanere stregati dall’amara ironia di “One Inch Man” o dall’ardente heavy-blues di “Gloria Lewis”. E poi c’è “Phototropic”, semplicemente la canzone più attraente mai scritta dal gruppo: dall’intro desertica all’attacco di riffone e poi voce, indescrivibile emozione, un misto di rabbia e malinconia. Meno impegnata ma terribilmente efficace “El Rodeo”, all’inizio folkloristica riproposizione dell’atmosfera tipica del rancho e successivamente grido d’aiuto disperato e martellante. Rassicurante il tiro di “Tangy Zizzle”, mentre da “Size Queen” ci sono già i sentori di quel sound che farà negli anni seguenti la fortuna di Homme e che risponde al nome di Queens Of The Stone Age (senza parlare di molti incipit on guitar di svariate canzoni dell’album).
Capitolo a parte riservato a “Catamaran”, ripescaggio dal repertorio degli Yawning Man (Fredo Hernandez era della partita), primordiali esponenti dello stoner californiano dalle cui ceneri nacquero i magistrali Fatso Jetson di Marione Lalli, figura determinante nel suo piccolo (anche se pesava 200 chili!) per la nascita dell’universo-Kyuss.
In chiusura “Spaceship Landing”, atterraggio forzato e sofferto. Canzone quasi criptica, come se l’atterraggio fosse sempre rimandato e la canzone continuasse all’infinito. Note avvolgenti finali (ancora lo zampino di Lalli) che lasciano l’amaro in bocca e milioni di dubbi, tra cui: dove sarebbero potuti ancora arrivare quei 4?
Con “…Sky Valley” era stato raggiunto l’apice. Impossibile andare avanti come Kyuss con alle spalle un fardello simile. Forse meglio così: la leggenda si è giustamente amplificata, peccato soltanto per la brevità della stessa, che ci lascia tristemente con un album eroico.

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