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E stoner rock fu

La macchina-Kyuss, già ben rodata e oliata, si rimette in moto nel 1992, segnando indelebilmente le pagine del rock moderno con l’uscita di “Blues For The Red Sun”. Sotto la sapiente guida del magnate Chris Goss, i 4 giovani californiani partoriscono quello che all’unanimità viene considerato ancor’oggi il manifesto dello ‘stoner rock’. Un (sotto-)genere che negli anni seguenti verrà teorizzato come la migliore via possibile nella fusione tra 2 sonorità distanti negli anni: ci riferiamo al hard blues, infarcito di acid e psichedelia di primi anni ’70, e i primi vagiti pseudo-hardcore datati anni ’80.
Tralasciando ogni bizzarra decodificazione, il disco parte in quarta: la chitarra di Homme con le iniziali turbolenze di canzoni come “Thumb” e “Green Machine” dovrebbe teoricamente essere già da buttare nella spazzatura. Geometriche scosse sonore in cui sono posti in altrettanta brillante luce i caldi lamenti di Garcia e il carburante lavoro in ritmica del duo Oliveri-Bjork. I Kyuss potevano fermarsi qui e affermare a testa alta di aver scritto il miglior mini-CD alt-hard-rock della storia, ma sono andati parecchio oltre.
Le strumentali “Molten Universe”, “Apothecaries’ Weight” e “Caterpillar March” sembrano ciascuno un piccolo manuale del perfetto assetto di ‘riffaggio’ stoner: guardinghi inizi di marmorea psichedelia che sfociano nei deliri atomici di Joshua, incontenibile, furioso e ‘grasso’ come pochi chitarristi della modernità.
“50 Million Year Trip” è un treno iper-fumoso impazzito, imprendibile anche per un disperato Garcia che solo verso la fine riesce a coglierne le macerie, sotto le soavi note di Homme. “Thong Song” è un nascondino messo in musica, “Freedom Run” un pericolosissimo inseguimento automobilistico, stavolta a buon fine.
Dal finale dell’album sarebbe uno scempio non segnalare la nevrosi di una canzone come “Mondo Generator” (monicker del futuro gruppo solista di Oliveri), la cui 2a parte è getto continuo di acido.
Un diamante del rock, e i diamanti sono per sempre. “Blues For The Red Sun”, oltre ad essere il tributo dei 4 teppisti al dio sole (il quale ha aiutato la loro testa a tirar fuori cotanto talento), è decisamente un passaggio obbligato, l’unica dogana per l’ingresso nel pianeta-stoner; sound che pur avendo perso freschezza e spensieratezza dei bei tempi, riesce tuttora a infiammare i rocker di tutto il mondo. Il tutto condito con il santino di “Blues For The Red Sun” in bella vista a 15 anni di distanza.

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