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Come nasce una stella più calda del sole

Non è facile parlare di una band che con soli 4 album è riuscita a definire un genere, segnando così indelebilmente le pagine della storia del rock mondiale. Ora i Kyuss sono sciolti e forse la loro breve esistenza ha contribuito a creare attorno al gruppo quell’alone mitico tipico di chi ha saputo andare oltre la musica, reclutando fan e seguaci in tutto il mondo con il passare del tempo.
Siamo nel ’91, in piena epoca grunge, e dopo l’uscita del rarissimo vinile “Sons Of Kyuss” (al suo interno svariate canzoni proposte nell’esordio vero e proprio) i 4 di Palm Desert si fanno spazio a spallate nel tortuoso music-biz americano con l’uscita per Dali Records (distribuita più tardi dalla lungimirante Elektra) di “Wretch”. Album prevalentemente heavy-rock, lontano dai canoni ottantiani dell’hard-rock made in USA ma ancora piuttosto acerbo per essere considerato il manifesto del genere ‘stoner’: tuttavia il futuro trademark del gruppo trova una buona vetrina nel chitarrismo viscerale del giovane Josh Homme (lontano anni luce dall’odierna rockstar discussa e chiacchierata) assieme allo screaming indiavolato di John Garcia, il cui cantato è considerato il perfetto status-symbol in campo stoner rock. Quello di cui si è certi è che la proposta dei Kyuss rappresenta sin dalle prime note, tralasciando per ora le palesi influenze, un rock alternativo fino a quel momento sconosciuto, che in USA vuole e deve distanziarsi dai primi vagiti di Nirvana e Soundgarden.
Sarà il sole californiano a rendere quella musica così entusiasmante, così calda, così trascinante: i disagi della gioventù si attenuano con il sorriso sulle labbra, con una canna accesa in una mano e nell’altra una bottiglia semi-vuota di whishy, strafottendosene delle mode, di quello che piace a MTV, di cosa dice taluno, di cosa osa affermare il talaltro. Lo spirito-Kyuss comincia faticosamente a venir fuori in territorio extra-californiano, ma gli addetti ai lavori verseranno vere lacrime ed esprimeranno sentiti elogi al gruppo solo a scioglimento avvenuto.
Dicevamo, disco particolare e ancora immaturo, “Wretch” mette sotto una luce nuova i grandi amori musicali di Garcia & co: i Black Sabbath vengono ripassati in chiave rock’n’roll caciarona; i lineamenti blues e punk intrinsechi nel Kyuss-sound vengono storpiati a piacimento, spesso fusi tra loro, donando alle canzoni un tiro irresistibile; incroci strappalacrime tra MC5, Blue Cheer e Led Zeppelin (tanto per fare qualche ‘piccolo’ nome) rivisitati in chiave anni ’90, quindi accompagnati da distorsioni feline, urla sguaiate, pestate schiacciasassi di basso e batteria.
Da incorniciare il punk ‘esagerato’ di canzoni come “Katzenjammer” e “Isolation”. Oppure il pachiderma fumatissimo di “Son Of Bitch” e “Black Widow”. Il finto metallo di “Deadly Kiss” e l’esplicito tributo hard-blues a Iommi di “Big Bikes” (quandomai i Sabs hanno parlato di moto!?) sanno entrambe divertire e far girare la capoccia. E per finire, l’opener song e la seguente “Love Has Passed Me By” ricordano da vicinissimo il tipico stile di 2 futuri progetti di Garcia: nella parti strumentali i Karma To Burn (band con la quale John ebbe solo contatti irrisolti) con il loro power-rock aggressivo e senza respiro; nello svolgimento cantato invece sono chiamati in causa i magnifici Unida, tuttora il gruppo di punta del singer. Come si può leggere, di carne al fuoco già ce n’è, e molta. Da “Wretch” in poi si comincia a manomettere il barbecue!

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