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L’amore non conosce transenne

A Ferrara il 6 giugno non ci sono stelle. Poco male: a Ferrara il 6 giugno ci sono i Pixies. Chi ha bisogno di corpi celesti sopravvalutati quando può usufruire della cosa vera? Sì perché, poco più di vent’anni fa, i Pixies stavano rivoluzionando (se non creandolo ex novo) un genere. Tu se vuoi puoi etichettarli “rock alternativo”. Loro di rimando ti etichetteranno “idiota”.

Alle 21.30, puntuali, i Pixies si affacciano sulla loro veduta privilegiata del Castello Estense. Inizia “Cecilia Ann”. Duemila persone nel pubblico alzano festanti le macchine fotografiche al cielo. Poi si rendono conto di quello che stanno facendo, mettono via le loro appendici tecnologiche, e risollevano le mani nude. BUONA SERA, I PIXIES. INDOVINATE UN PO’ CHI VI VUOLE BENE?
La scenografia sono i pallottoni dell’Ikea. In effetti, la parola che si sente pronunciare di più a Piazza Castello è “ikea”. A un certo punto, credo che persino Vasco Brondi abbia detto “ikea”.
Il set comincia secco e nettissimo, energico e stranamente pulito (se si considera che “Rock Music” è posta quasi in apertura), con pezzi da un minuto e mezzo e nessuna necessità di riscaldare il pubblico. I Pixies scandagliano la loro discografia concedendosi incursioni anche in “Trompe Le Monde” e una cover di Neil Young. Black Francis è impassibile e sobilla le folle declamando, gridando, riversando la sua voce acida sugli astanti. Ma è Kim Deal a dominare, tra basso onnipresente e impeccabile, controcanti, e dialoghi con il pubblico che consistono nel neologismo grazi e nel ripetere, ad ogni finale di canzone, «è la prima volta che siamo a Ferrara».

Ma, ed è un ma piuttosto ingombrante: il pubblico preme, straripa, sfonda le transenne; o meglio, non si sa esattamente cosa accada in prima linea, ma l’organizzazione ricatta la folla che non indietreggia interrompendo il concerto proprio nel punto in cui non andava interrotto, ovvero in seguito all’escalation di corrispondenza d’amorosi sensi tra palco e platea innescata da “Debaser”. Praticamente, i due innamorati si guardano negli occhi, avvicinano i loro volti, e improvvisamente il MOSTRO MANGIAOSSA compare da una voragine nella terra e divora la testa di lei.

La ripresa, quindi, è difficoltosa. Anche se viene affidata tutta, con intelligenza, a brani storici e relativamente lenti: “Winterlong” e “River Euphrates”, falsetti compresi. Ma una ripresa c’è, e si conclude con un’esplosione. Ha inizio con “Is She Weird”, tinta di luci fucsia notevoli, e sfocia in un’infilata a tradimento di “Wave Of Mutilation”! “Tame”! “Nimrod’s Son”! E “Vamos”, su cui David Lovering si conferma macchina umana, concepita da una donna e una batteria.

E ora parliamo proprio di quel bis. Il fatto che “Where Is My Mind?” sia la canzone più famosa dei Pixies non significa che sia anche sopravvalutata: è prima di tutto bellissima. Dal vivo rende quattro, cinque volte quello che è su disco. Le chitarre sono dense, la voce di Kim Deal è – e non lo si dice tutti i giorni – spettrale. Un quarto del pubblico oggi è ricoverato con i polipi alle corde vocali per aver cercato di cantare “Where Is My Mind?”.
Il pezzo conclusivo è “Here Comes Your Man”: il pubblico sputa sangue e si diverte moltissimo.

Il concerto riempie di gioia i fan, entusiasma o riscalda i neofiti, lascia totalmente perplessi pochissimi. Resta il fatto che i Pixies hanno quasi cinquant’anni, sono dei ciccioni, e mettono in piedi uno dei concerti più trascinanti che possiate mai vedere. I Pixies, a dispetto di quello che dicono, prendono il ventenne medio con una band e gli sbattono in faccia la realtà dei fatti, ovvero: ventenne medio con una band, importa una sega che non produciamo materiale nuovo da diciannove anni, tu vienici a suonare “Wave Of Mutilation” così e poi rifacciamo i conti.

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