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L’armata delle tenebre in quel di Birmingham

Sono stati tre giorni di pace, amore e metal. E di pioggia tagliente. Per fortuna le quattro venue del Supersonic sono tutte raggruppate nello stesso complesso: la dismessa Custard Factory di Birmingham, che rivive brevemente ogni anno per ospitare una kermesse di musica ostica ai più.

Naturalmente il pubblico è scarso e selezionatissimo, con tutti i vantaggi pratici del caso, e spulcia felice nel merchandising di etichette di nicchia quali Southern Lord e Cold Spring, spesso tenendo in equilibrio cd, poster e bottiglie di birra. La line up ricchissima del festival fa a botte con lo spazio di un articolo e costringe a dedicarsi solo alla créme de la créme.

Kylie Minoise – performance artist più che musicista. Combina urla belluine con i rumori prodottii dai due fari che rotea fra le mani. Si lancia fra il pubblico e sul pavimento, sembra felice quando membri dell’audience cominciano a prenderlo a calci e pugni. Debordante, ipercinetico, tragico, trasforma una waste land del noise in esperienza catartica.

Sunno O))) – sul palco ci sono solo Stephen O’Malley e Greg Anderson, il che preclude l’esecuzione del loro ultimo gigantesco lavoro, “Monoliths And Dimensions”. Ma il duo sa come tenere il pubblico in trance per un’ora a furia di drone pesantissimi e un muro di amp che fa galleggiare nel feedback. L’immancabile fumo rende arduo il lavoro dei fotografi ma ti trasporta in un mondo parallelo dove le leggi della fisica e dell’acustica sono completamente diverse; forse qualche animale acquatico preistorico sentiva davvero così.

Rose Kemp – catapultata dagli anni ’70 con la chitarra al collo. Grande voce dalle risonanze ricchissime, alterna ballate cariche di dolore a inni in stile metal classico. La sua band non è con lei oggi, ma Kemp riempie egregiamente la sala con riff spietati e distorti e un canto emozionante, selvaggio, urgente.

Master Musicians Of Bukkake – miglior nome e migliori costumi (mantelli rossi, il frontman ricoperto di muschio). I sette membri di questo collettivo sfoderano un variegato intreccio strumentale per pezzi metal-prog-psichedelici con accennate ascendenze mediorientali e asiatiche. Epica, infinita colonna sonora della no-age.

Marnie Stern – domina il palco con freschezza disarmante. Regina del finger-tapping a velocità hendrixiane, con l’aiuto di basso e batteria scatena il pogo violento. A guardarla, è una bella e simpatica ragazzona americana. A sentirla, è un animale da rock.

Thorr’s Hammer – vecchio progetto collaterale di Stephen O’Malley, assurto a gruppo di culto grazie alla carismatica valchiria Runhild Gammelsaeter che growla come un uomo. Doom estenuato che manda in estasi coloro che attendevano l’insperata reunion.

Zu – sono italiani e già questo pare incredibile. Sfuggono ad ogni definizione: metal, math, jazz, punk, noise, dance. C’è di tutto nelle loro architetture musicali complessissime, sovraccariche, esplosive. Il loro suono violento e teso dipinge un universo di schegge impazzite prodotte da basso, sax e batteria e strumentisti di altissimo livello tecnico. La scaletta è centrata sull’ultimo capolavoro, “Carboniferous”. Si poga, si salta, si urla senza tregua.

Monotonix – da Tel Aviv con furore, mutande a righe e calzettoni. Tre mostri del garage rock che suonano fra il pubblico, capitanati dall’irrefrenabile cantante/guitto Levi Elvis che usa il pubblico per creare scene surreali e caotiche. Imperdibili e indimenticabili. Gogol Bordello, No Smoking Band, tornate all’asilo.

Jarboe + Esoteric – gli Esoteric hanno già suonato da soli poche ore prima, sfogando il loro funeral doom. Con l’aggiunta della musa dark metal per eccellenza, Jarboe, ex vocalist degli immensi Swans, il loro quono acquista profondità e direzione pur rimanendo pesantissimo e potente. Jarboe canta con un’intensità mistica agghiacciante e ribollente, alterna registri e colori vocali con scioltezza, lei unica donna bionda e biancovestita fra i maschi tenebrosi. La sezione ritmica mescola batteria e bonghi con finezza, per ottenere un equilibrio fra atmosfere tribali e metalliche.

Head Of David – un’altra reunion inaspettata dopo ben 23 anni dall’ultimo live. Justin Broadrick non partecipa, ma la band trasmette ancora un’ineluttabile potenza espressiva. Lenti, catartici, essenziali, il suono si fonde come magma insieme alle urla del frontman Stephen R. Borroughs. Gli Head Of David scovano le tue emozioni più recondite, le distruggono per poi ricrearle da zero. Speriamo che questa apparizione al Supersonic non sia l’unica.

Goblin – gran finale con gli antichissimi artefici delle colonne sonore più amate dagli amanti dell’horror e non solo. Concentrati, solidi, esecutori perfetti, i Goblin sono la dimostrazione che il prog rock è immortale. Non zombificato, proprio vivo e vegeto! Il gruppo è visibilmente emozionato e ripetutamente ringrazia il pubblico, il quale ricambia con calore. Più le atmosfere musicali si fanno cupe e inquietanti, più l’atmosfera nella venue si scalda. Il tema di “Profondo Rosso” suggella un festival geniale, lugubre e a suo modo gioioso.

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