Home > Recensioni > L’atelier

Si è appena conclusa l’edizione 2018 del Festival di Cannes ma nei nostri cinema stanno ancora arrivando, lentamente, i film presentati lì l’anno scorso: è il caso di “L’atelier”, scritto (con Robin Campillo) e diretto da Laurent Cantet, che a Cannes 2017 era nella sezione Un Certain Regard e Teodora porta ora in sala dal 7 giugno.

Conosciamo bene la coerenza con cui Cantet, da “Risorse umane” (1999) e “A tempo pieno” (2001) fino alla Palma d’Oro vinta nel 2008 con “La classe”, indaga e mette in scena l’influenza che le regole e gli steccati sociali hanno sui rapporti umani e le identità personali, e viceversa.

“L’atelier” appare come un film di sceneggiatura, tutto basato sulla parola e forse anche un po’ schematico, già a partire dall’ambientazione: un laboratorio estivo di scrittura creativa a La Ciotat, ex città navale in crisi economica, tenuto dalla famosa giallista Olivia (Marina Foïs) e rivolto a ragazzi svantaggiati, finiti ai margini dei percorsi scolastici e professionali. Lunghe scene di dialogo, confronti serrati tra l’insegnante e gli allievi, tra i quali si fa notare, per reticenza e ostilità, il solitario Antoine (Matthieu Lucci, scovato da Cantet attraverso casting mirati sul territorio).

Un thriller che non sembra un thriller: la sensazione che qualcosa stia per accadere, che sotto quel sole forte e lungo quelle stradine tranquille ci sia qualcosa da scoprire, è forte e costante, così come la sensazione di star sempre guardando, come spettatori, dalla parte sbagliata: non vediamo, insomma, quello che dovremmo vedere. Un film di sceneggiatura diventa così, scena dopo scena, un film di regia, che ragione sui meccanismi ambigui di rappresentazione del sé.

È lo sguardo in soggettiva, quello che interessa a Cantet: la possibilità, o l’impossibilità, di vedere noi stessi da fuori e osservarci agire. Proiettando i nostri pensieri e desideri nel protagonista di una storia inventata, o più banalmente filmandoci con uno smartphone per poi pubblicare il video online. Ma quando l’identità privata e l’immagine pubblica si sovrappongono, la conoscenza reciproca diventa impossibile: non siamo (più) persone, siamo ruoli, e chi detiene un ruolo di livello maggiore (parliamo di classi sociali, fuor di metafora) non è disposto a spostarsi. Da qui nasce il conflitto che rende “L’atelier” un thriller, da qui nasce la rabbia (e l’attrazione) di Antoine verso Olivia, da qui nasce la paura (e l’attrazione) di Olivia verso Antoine.

E se i ruoli sono inamovibili, si muove invece la macchina da presa di Laurent Cantet, che nel finale prende posizione e sceglie da che parte stare. Con decisione, ma senza illusioni. “L’atelier” è una tragedia della giovinezza tradita, la storia di un ragazzo che non sa riconoscersi come protagonista attivo della propria esistenza e attende, per vivere, un’autorizzazione, una legittimazione, un riscatto che non arriverà mai.

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