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L’Avant-Punk: Beach Noise pt. IV

Tra i tanti movimenti che hanno preso piede nell’underground a stelle e strisce, uno dei più interessanti e seguiti è senz’altro quello che riprende il 60s garage psichedelico in chiave weird e lo-fi. A fianco alle scorribande pop-psych di gruppi come Black Lips ed Oh-Sees, caratterizzate da una certa raggiungibilità ed orecchiabilità, ci sono altri gruppi che hanno contaminato tali vene attraverso una sperimentazione più accanita ed uno spirito differente.
Come al solito snoccioliamo tre nomi in rapida sequenza: Mantles, Fresh and Onlys e Ganglians, ma molti altri ne potranno capitare sotto gli occhi di chi sarà disposto a curiosare un po’ in cotanto sottobosco.

I Mantles sono forse tra i tre gruppi quello più legato alla tradizionale vena anni ’60, con cui non disdegnano di mescolare un pizzico di polvere rhythm ‘n’blues ed uno spirito profondamente moderno. Per il loro songwriting sostanzialmente tradizionale ma di gran classe e con riverberi dissonanti possono essere paragonati ed accostati agli Hue Blanc’s Joyless Ones: tanto quelli hanno difatti pubblicato il loro ultimo album su un’etichetta dedita al punk alternativo come la S-S, così i Mantles sono usciti su quella che è la weird label per eccellenza, la Siltbreeze.

Dei Fresh and Onlys abbiamo già fatto menzione mesi fa in un articolo riguardante la rutilante scena garage californiana, dalla cui media però si allontanano per via di uno spirito profondamente atipico, così come i losangelini Wounded Lion. Le loro pepite garage pop psych sono straniate attraverso una produzione atipica e sporca, ascoltar un loro disco è come guardar una registrazione in bianco e nero di un complesso sixties da un televisore distrutto. Un’esperienza deviata e deviante nella sua atipica classicità.

Chiudiamo con il nome più interessante del trio, sicuramente quello che più sperimenta su forma e suono tradizionali: i Ganglians da Sacramento, uno dei migliori gruppi dei nostri giorni. I ragazzi partono da un modello-idea di canzone fondamentalmente pop e lavorano a fondo sul suo DNA, iniettandovi forti dosi di psichedelia e noise fino a sfumarne i contorni e a lasciarne un variopinto scheletro. Tutti ne parlano come dei figli schizofrenici dei Beach Boys, noi ci limitiamo a consigliarvi caldamente la loro uscita su Woodsist del 2009: “Monsters Head Room”, sicuramente uno dei dischi più riusciti dell’anno appena trascorso.

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