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I Cani: L’importanza di capiamoci bene

“Io voglio raccontare e voglio che mi si racconti/ perché anche il poco che sappiamo è meglio di niente” [ da “Introduzione”]
Vi narro com’è andata la storia di me che scrivo questo articolo.
Inizialmente il mio amico (nonché collega, ma soprattutto amico: di pipa) Matteo Bianchi s’era mostrato entusiasta per la nuova uscita discografica de I Cani, tanto da offrirsi volontario per recensirla. Ok, cìsta, gli dico.
Lo ascolta, lo riascolta, ci troviamo pure a scambiarci pareri su questo o quell’altro pezzo, ma dopo aver letto l’intervista di Noisey: il panico.
“No, Gadis, davvero. Non posso scrivere una recensione sul disco, finisco mediaticamente ammazzato.”
Io, che all’amicizia con i ventiduenni che portano la coppola e sono vecchi dentro tengo un botto, ho capito che prendere il suo posto era la cosa giusta da fare.

“Glamour” è un titolo che dice molto: per gli anglosassoni il significato preciso è “an air of compelling charm, romance, and excitement, especially when delusively alluring”. Insomma, un piglio di fascino incontenibile che raggiunge paradossalmente l’acme se l’aspettativa che ci si fa a riguardo viene delusa. Un po’ come quando t’innamori dello/a stronzo/a, sapendo benissimo che non ti si cagherà mai di striscio.
Al contrario del debutto, “Glamour” è smorzato nei toni, non sente la necessità di tutti quei sintetizzatori caricati abbestia per creare atmosfere d’esaltazione, né dei singoloni da urlo per attirare le folle. E qui, secondo me, si percepisce il tocco magico di Enrico Fontanelli, una delle tre menti che stanno dietro agli Offlaga Disco Pax. Per intenderci: quella che sul palco fuma sigarette come non ci fosse un domani.


Sopra: Non c’è domani? Fumiamo.

Sulla pacatezza del disco e di ciò che lo incornicia sicuramente qualcuno avrà avuto da ridire, perché dopo un primo album del genere com’è possibile che I Cani abbassino così la testa? Io personalmente una risposta tripartita ce l’ho: cambiamento, crescita, evoluzione. In bene o male, ciascuno si faccia un proprio parere. Il mio è: cazzi loro che avevano voglia di fare ciò che hanno fatto.


Sopra: una foto dei cazzi loro.

Gran parte dello spazio sonoro è dedicato al passato, più o meno intinto nella nostomania; un tratto comune a molti gruppi, e non è che I Cani ci siano arrivati per primi con ancora il fiatone per la corsa pazzesca.
Siamo umani, ricordare è una delle nostre cifre: l’adolescenza (“Corso Trieste”- e ringrazio i Gazebo Penguins ché esistono), i rapporti interpersonali (“Come Vera Nabokov”, di cui vi consiglio la cover confezionata da Felpa- una delle altre due teste degli Offlaga Disco Pax, quella a cui piace il caramello-, e “Non C’è Niente Di Twee”, brano scelto come singolo per nulla a caso).
Roba normalissima, fatta da esseri dotati di memoria. Per dire, pure mio padre spesso mi parla di Roma Nord e di quando ci viveva da regazzino, ma non per questo fa parte de I Cani. Oppure sì e non lo sapevo. Minchia, magari.

Si parla di ciò che si conosce meglio [onde evitare spiacevoli strafalcioni, pure] e qui lo si fa condendo le parole con l’indie pop leggero, perché questa è la scelta per cui la band ha optato. L’esiguità e la dabbenaggine del cosmo odierno, di cui non fanno parte soltanto gli hipster, vanno analizzate dall’interno affinché le si comprenda appieno. Chi afferma che Niccolò Contessa è un hipster che scrive facendo gomitino e strizzando l’occhio agli hipster forse è lo stesso che legge gli editoriali di Giuliano Ferrara e poi esclama “CAZZOFIGATA”. Ma andiamo avanti.

Uno sguardo al futuro lo dà Matteo Bordone nella ghost track “2033”, piccolo capolavoro che brilla in mezzo alle undici tracce dell’LP. Una canzone in romanesco che ha tutto il fascino della decadenza e che si staglia quasi come una sorta di rielaborazione, ridotta e limitata, di quanto in parte alimenta “La Grande Bellezza” di Sorrentino.
Da segnarsi a caratteri cubitali nella testa la linea “2033, ma tte dovessi di’ io nun me pento/ C’avemo avuto er nostro ber momento”. E me li vedo proprio due non-più-giovani che si danno pacchette sulle spalle rimembrando quel che fu, senza il timore di abbracciare l’età della senescenza.

Traiamo le somme.
Se dovessi quantificare il mio apprezzamento per “Glamour”, sparerei un 7, numerello che tiene conto dell’ottima produzione (ciao Enrico), dei testi ben pensati e riusciti e, infine, delle collaborazioni azzeccate.
A voi fanno schifo I Cani? Non ascoltateli e non comprate i loro dischi, ché nessuno vi obbliga.

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