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L’intermediario non è più neutrale

Questo verrà ricordato come l’anno dei casi giudiziari che hanno cambiato Internet. E, nel bene o nel male, tutte le pronunce sono uscite da Tribunali italiani, tant’è che qualcuno ha parlato di “Caso Italia”. Ci siamo occupati, per esempio, nelle scorse settimane, della sentenza del giudice di Firenze che ha oscurato un blog contenente post anonimi, del caso Mediaset contro YouTube, del caso The Pirate Bay e dell’inibitoria dei siti pirata. Oggi però parleremo di una sentenza appena uscita, che ha fatto il giro del mondo, destando non poche preoccupazioni.

Il fatto.
2006. Alcuni ragazzi hanno picchiato, tra i banchi di scuola, un compagno affetto da sindrome di Down e, dopo aver filmato l’accaduto, lo hanno caricato su Youtube.
La scoperta del video, da parte dei genitori del minore, è avvenuta circa un mese dopo l’accaduto. Lo sdegno, la rabbia: la richiesta, inoltrata tramite i legali, di cancellazione del video, l’immediata rimozione del file da parte di Google, le scuse ufficiali. Tutto ciò non è bastato a placare il risentimento. E la questione è finita in Tribunale, con un’azione promossa dai genitori del ragazzo nei confronti di tre dirigenti (all’epoca dei fatti) di Big G: David Carl Drummond, George Reyes e Peter Fleischer.

Oggi arriva la sentenza del giudice di Milano: la condanna è di sei mesi di reclusione, con sospensione della pena, per violazione della privacy, nei confronti di tutti e tre gli imputati. Le motivazioni della decisione devono ancora essere pubblicate e la sentenza, peraltro è stata già appellata da Google: per cui è d’obbligo parlare al condizionale. In ogni caso, quando uscirà il provvedimento, potremo fare un’analisi più precisa.

Il dibattito.
Il caso Vividow è tanto importante quanto si consideri che la pronuncia del giudice milanese, prima nel suo genere, va contro tutti i principi stabiliti dalla Comunità Europea e dai Tribunali americani, principi secondo cui l’Internet Service Provider non è responsabile dei contenuti da esso ospitati. In altre parole, la cosiddetta neutralità dell’intermediario – dogma che ormai era dato per scontato in tutti gli ordinamenti – è stata calpestata in un sol giorno.
Un po’ come condannare il gestore di una telefonia, per l’uso improprio che qualcuno fa del telefono.

Se, da un lato, un principio inserito nel nostro codice civile nel 1942 stabilisce la responsabilità “oggettiva” per i danni provocati dalle cose in custodia, dall’altro la norma è di fatto inapplicabile ad internet, per via delle dimensioni che la rete ha assunto e dell’impossibilità di un controllo continuo e capillare. Peraltro, nel caso di specie, la questione è ancora più grave perché si vuol imputare non già una responsabilità civile, bensì penale che, per sua natura, non può mai essere oggettiva.

Se così dovessero restare le cose e ciascuno fosse oggettivamente responsabile per ciò che gli altri scrivono o fanno sul proprio sito, nessuno aprirebbe più alcun portale, ivi compreso quello dal quale sto scrivendo. Immaginate per es. Facebook, YouTube, Myspace, Twitter, Blogger, Loudvision, le migliaia di blog, per finire ai quotidiani on line che danno la possibilità agli utenti di commentare le notizie. Chiunque possiede, sul proprio sito, delle sezioni generate dagli utenti, si dovrebbe quindi preoccupare.

Delle due, allora, l’una: o il principio, pur nella sua obiettiva equità, verrà disapplicato al web, oppure internet, così come lo conosciamo, chiuderà ben presto.

Su questo e altro, però, avremo modo di soffermarci meglio la prossima settimana.

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