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L’intervista senza domande di Curzi

Sarà una piacevole coincidenza, sarà che il recente Leone d’oro a “Sacro GRA” ha finalmente sfondato una barriera, oltre che commerciale, culturale, ma ultimamente al cinema c’è un gran fermento di documentari e, altra coincidenza, molti indagano la realtà degradata della periferia romana e la variegata fauna umana che vi gira attorno; una dimensione straniante e personaggi stralunati, che riescono ad insinuare nella loro anonima emarginazione e nello squallore che li circonda (al limite del morboso) una preziosa scintilla di dolcezza, come una sorta di minimo comun denominatore del fattore umano.

È (anche) questo il caso di “SMS – Save my Soul” di Piergiorgio Curzi, che segue la vita di Nicolino Pompa, evoluzione degradata, nell’epoca del virtuale, di quello che una volta veniva chiamato “poeta de borgata”. Poeta “a tempo perso”, così ama definirsi, Nicolino recupera numeri di telefono dagli annunci di “Porta Portese” (di lavoro, di compravendita, e di genere più esplicito), sceglie le sue prede femminili e manda loro degli sms che chiama “esche d’amore”, con i quali cerca di instaurare una relazione virtuale il cui fine è l’appagamento erotico via cellulare (non è detto infatti che a questi adescamenti seguano dei veri e propri incontri).

Non tutte lo prendono per un vecchio maiale, molte sono incuriosite (al momento delle riprese i “contatti” sono 150, e lo scambio di messaggi viene scrupolosamente registrato su una sorta di “banca dati” su pc sin dal 2003), siano esse giovani, troppo giovani, anziane o clandestine da sette anni con un figlio. L’importante è trovare in uno strumento come il cellulare una via di fuga e un’ossessione amorosa, rimedio alla propria solitudine.

Si resta spiazzati: come si fa a conciliare lo squallore dello scopo e la poesia? E soprattutto, come leggere il delirio poetico di un uomo che crede di carpire i più reconditi pensieri e le più minute oscillazioni dell’anima di una sconosciuta, in un rapporto totalmente scollato dalla realtà e che pure a lui e alla donna che abbocca sembra così profondo e struggente? Le rime ingenuamente baciate sono poesie preconfezionate per ogni evenienza, che vengono industriosamente utilizzate in modo combinatorio («se lei mi risponde così io gli rispondo colì», e segue recita di poesia a memoria davanti alla mdp, con un tono affettatamente elegante e istrionicamente lascivo). Eppure, se lasciamo la dinamica patetica dei messaggini, scopriamo che alcune ballate composte dal nostro poeta non sono per niente male; ballate che rimandano ad un passato famigliare emotivamente doloroso, su cui il regista sorvola, accennando frammentariamente ai quattro figli di Nicolino: uno scacchista, un drammaturgo, un ragazzo sbandato e una figlia con problemi psichiatrici.

Curzi segue il suo protagonista in una lunga intervista senza domande, quasi appollaiandosi con la videocamera sulla sua spalla, in una sorta di prolungamento del braccio attaccato al cellulare o alla sigaretta. Un documentario con una struttura narrativa invisibile, che talvolta si lascia andare a sprazzi di lirismo che bilanciano la morbosità del personaggio. Un saggio intimista ma di respiro antropologico, sull’anaffettività nell’epoca della solitudine non più di massa, con le persone che, per quanto alienate sono in carne e ossa, ma multimediale, in cui cioè la corporeità si è smaterializzata e con essa ogni riferimento all’esperienza vissuta, alla realtà dei sentimenti.

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