Home > Zoom > L’involuzione di Sofia Coppola

L’involuzione di Sofia Coppola

«Ho girato il film come indagine su questa ossessione per la celebrità, perché credo si tratti di un fenomeno che si sta diffondendo ovunque, a causa di internet e della globalizzazione.» Sofia Coppola

Fino a “Marie Antoinette”, il percorso d’autore di Sofia Coppola non conosceva arresti nella sua ascesa. Poi “Somewhere” ha prodotto un testacoda da cui evidentemente la regista non è riuscita (ancora) a riprendersi, finendo per girare a vuoto in una pista deserta come Stephen Dorff.

Il tema della popolarità ha sempre avuto grande spazio nella sua filmografia, reazione forse naturale a una figlia d’arte cresciuta nel frastuono della celebrità cinematografica. Il divismo contraddistingueva non solo il precedente lavoro, ma anche “Lost In Translation”, in cui l’attore in declino interpretato da Bill Murray sembrava sfuggirgli più che (ri)cercarlo. E in fondo cos’era stato il periplo della regina di Francia se non una fuga dal protagonismo storico, alla ricerca di una vita libera e appartata?

Questo per dire che, anche nei momenti calanti, il cinema della Coppola mantiene comunque una sua coerenza tematica. Tuttavia, l’inversione della direzione del vettore ha prodotto una frattura problematica.

“The Bling Ring”, nonostante alcune sequenze di grande impatto visivo, è un film vuoto, non in senso morale che non è quello l’oggetto d’analisi, ma dal punto di vista cinematografico. È chiaro che alla regista non interessa raccontare una storia in senso stretto, e mi sta pure bene, a patto che ciò che poi mostra sullo schermo abbia, di volta in volta e nel quadro complessivo, un’evidente forza propulsiva. Qui assistiamo solo a una serie di razzie da parte di giovani viziati in varie case di vip, razzie per altro tutte uguali, in case più o meno uguali, con un’autrice che s’accontenta di seguirli senza perdersi neanche uno starnuto, e invece di costruire un discorso sulla vacuità, finisce per indossarla.

Il furto più che all’accumulo serve a impossessarsi di un pezzo di quella fastosa unicità, indossando i simulacri del loro successo i ragazzi ambiscono a condividere l’eccezionalità dei vip, producendo così l’evidente contraddizione della società dello spettacolo: se tutti sono potenzialmente delle star, è come dire che non lo è nessuno, specie se basta un cambio di guardaroba per trasformarti nelle divinità. Cosa ammiriamo, allora, la persona o i beni che possiede? E se sono gli accessori ad abbagliarci, perché continuiamo ad esaltare il soggetto per l’oggetto?
[PAGEBREAK] Una contraddizione interessante, che però resta soprattutto un dato sociologico, peraltro ribadito per tutti i novanta minuti, quasi unico concetto del film. Non c’è molto altro a cui aggrapparsi. E ciò non dipende dalla superficialità dei caratteri raffigurati né dal loro etica esile quanto un capo d’abbigliamento, perché spesso sono proprio i personaggi negativi e più respingenti, specie nel cinema contemporaneo, quelli che ci attraggono di più. “The Bling Ring”, pur rifiutando ogni empatia con i suoi protagonisti (come anche ogni facile giudizio, va detto), non fa nulla per renderli appassionanti (narrativamente, s’intende), finendo per sovrapporsi al loro sguardo. Più scorrono i minuti, meno siamo interessati a seguirne le gesta.

Senza contare il rischio dello zampino morale, che entra nella storia di sguincio. Non mi spiego altrimenti quei genitori assenti o adepti a eccentriche filosofie educative, spesso con smanie di protagonismo che sopravanzano quelle dei figli.

La storia del Bling Ring di per sé non è proprio gravida d’interesse, eppure non è questo il vero problema, giacché la Coppola ha dimostrato di saper realizzare grandi film su intrecci quasi nulli. Semmai è la gestione della materia e dell’intreccio a indebolire il risultato finale, che appare confuso: è difficile realizzare quali fossero le intenzioni della regista. Il film denuncia la sua indecisione sin dalla struttura. Si inizia con delle interviste ai protagonisti che si confessano di fronte a spettatori fittizi (del film) e reali (noi), producendo un curioso loop sulle infinite rifrazioni della popolarità. Tuttavia, delle interviste non c’è più traccia se non nel finale, quando cioè il tempo del raccontato coincide con quello del racconto. Qui il film si lascia sfuggire una leva fruttuosa. Poteva scorrere su un doppio binario di osservazione, dall’interno degli eventi e dalla riflessione su di essi a posteriori, due punti d’osservazione sull’asse del tempo. E invece l’escamotage più che farsi cornice, si trasforma in un semplice chiodo cui appendere il film.

“The Bling Ring”, come già “Somewhere”, più che un progetto compiuto somiglia a una collezione di schizzi gettati nel proiettore cinematografico sperando che i lustrini delle (indubbie) capacità di messinscena sopperiscano alle sue mancanze. O forse, più probabilmente, era proprio l’obiettivo della Coppola, quello di realizzare un film dai confini labili, una storia sfumata, un’osservazione che fiancheggia anziché entrare al centro della materia.

Se pure vogliamo dare questa lettura, devo pur tuttavia ammettere che non trovo il risultato riuscito al punto da giustificarne le premesse.

Scroll To Top