Home > Rubriche > Sipario > L’isteria di Antonio Latella

L’isteria di Antonio Latella

Attualmente in scena al Piccolo Teatro Grassi c’è “Un tram che si chiama desiderio” di Antonio Latella, un testo di Tennesse Williams che molto deve al film del ’51 di Elia Kazan (che d’altro canto era la fedele trasposizione dello spettacolo teatrale), con tanto di riferimenti ironici, il più evidente sono le magliette con il viso di Marlon Brandon che Vinicio Marchioni (Stanley Kowalski) sfoggia per tutto il primo tempo. E poi, inspiegabilmente, non più.

Nelle intenzioni di Latella, lo spettacolo è filtrato dal punto di vista della protagonista, Blanche Dubois, che starebbe ripercorrendo l’intera storia a ritroso raccontandola al suo medico, ma in realtà il fatto non è assolutamente né ovvio né evidente. Si vede un tizio sul palco, Rosario Tedesco, che in molti hanno pensato rappresentasse il regista, altri hanno confuso con un angelo custode, o con la voce della coscienza di Blanche, dato che descrive tutto ciò che accade. Di certo, egli è un filtro tra Blanche e il pubblico, con il risultato (esattamente contrario di quello che ci si proponeva) di far sentire gli spettatori meno partecipi e far risultare la storia meno vera. In realtà, è il dottore che ha in cura Blanche. C’è chi, dopo tre ore di spettacolo, non l’ha capito. Forse non per colpa dello spettatore stesso.

La scena a sua volta è molto artificiale. La si vorrebbe colma di oggetti quotidiani, ma il tavolo è ingombro di luci e casse, il frigorifero emette una luce strobo (lo spettacolo non è adatto agli epilettici), il letto non ha il materasso e la vasca è coperta di plastica. Un’altra scelta che rende ancora più filtrato e meno immediato ciò che si vede in scena, con gli attori che spesso recitano parlando in un gelato.

A corollario, musica rock a tutto andare, pose plastiche, un uomo con i tacchi che interpreta una donna di colore (far recitare a un uomo il ruolo della nera non è razzista?) che nella scrittura originale era però bianca. Ma anche il di lei marito, sempre, sia chiaro, con i tacchi. Kowalski è un immigrato che parla come un turco (e che sembra un turco), mentre, nella versione di Kazan, Marlon Brandon interpretava un americano di origine polacca, che parlava inglese fluente. Qui, Marchioni è protagonista di una scena vergognosa in cui balbetta “Sono am, am, am, ammmm.. ericano!”. Altro razzismo?

Il sesso è ostentato in modo sin fastidioso, gli attori sono perennemente mezzi nudi senza motivo, la messa in scena di Latella va oltre il testo di Williams, palesando concetti che forse c’erano, che forse erano solo ambiguità, e quindi svilendolo e banalizzandolo.

Gli attori sarebbero anche bravini, non fosse che chiaramente le scelte di regia li han castrati: Stella è una gallina, Blanche un’isterica che parla sempre in una tonalità più alta del normale e Stan appunto parla come un turco. Si vede avrebbero potuto fare di più. La più brava è certamente Elisabetta Valgoi. A volte, Marchioni riesce anche ad essere sexy (ma non quando è seminudo). Confuso, pesante, senza un filo conduttore.

Scroll To Top