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L’oscurità al vostro servizio

A.D. 2000
Tutti attendevano il successore di “Ok Computer”. Tutti attendevano ancora rock. E invece arrivò “Kid A”, sperimentazione elettronica allo stato puro e cambio radicale nella storia musicale dei Radiohead. I fan inizialmente storsero il naso, abituati ai tre dischi precedenti, rock puro made in UK. Ma col passare del tempo, il virare verso lidi più elettronici e sperimentali ha trovato sempre maggiori consensi, sia nel mondo della critica che del pubblico.

A.D. 2007
Arriva “In Rainbows”, probabilmente il loro miglior lavoro dal 1997. Un disco omogeneo, pop, eseguito in maniera esemplare con sfumature elettroniche che arricchiscono un lavoro complessivamente ottimo. Originale l’idea di mettere in commercio, prima della versione fisica, una versione digitale con la formula “paga quanto vuoi” per scaricare legalmente l’album.

A.D. 2011
Dopo quasi 4 anni di attesa ecco che arriva, a sorpresa e con un preavviso di meno di una settimana, “The King Of Limbs“. La lunghezza e alcune minuzie trovate dai fan (vere o supposte) fanno pensare che potrebbe uscire un “The King Of Limbs parte 2″. Innanzitutto il codice per comprare il disco in maniera digitale è TKOL1, come se ci fosse un TKOL2 in uscita. Poi, la scelta di inserire solo 8 brani per un nuovo album e intitolare l’ultima traccia “Separator”, con delle frasi molto ambigue, fanno pensare che possa esserci a breve un seguito. Di questo non c’è nessuna conferma ufficiale, solo seghe mentali di fan ed estimatori vari, che però potrebbero essere confermate da una recente intervista di Johnny Greenwood.

Il disco è molto ostico, per nulla immediato ed è forse il più difficile da ascoltare dai tempi di “Amnesiac”, del 2001. Lunghi inserti elettronici, ritmi quasi isterici, parti chitarristiche vibranti, minutaggio breve ma intenso che non lascia nemmeno un attimo di respiro. Tutto si può dire di questo album fuorché «Wow, fighissimo!» dopo un solo ascolto. Dopo cinque o sei, invece, il valore sale e con lui l’apprezzamento. Non siamo davanti ad un capolavoro, poteva essere fatto meglio e soprattutto la durata poteva essere maggiore, sebbene la seconda metà del disco sia da applausi.
Siccome non abbiamo una “part two” ci godiamo questo “The King Of Limbs” in tutte le sue sfaccettature, positive e negative che siano. Per analizzarlo meglio, un track by track potrà far bene al lettore. Dato che l’immediatezza non è il punto forte del disco, almeno rendiamo immediata e comprensibile la lettura.
Let’s start!

Bloom
Un virtuoso pianoforte nell’intro illude l’ascoltatore di trovarsi davanti ad una dolce ballad. Invece, ecco che un beat elettronico molto confusionario prende piede e si fa spazio sempre più rumoroso, con un basso incisivo che mette qua e là poche note incisive. La voce trascinata di Thom ci riporta ai fasti di “Kid A”. Il ritmo è ipnotico e la domanda che ci si pone al primo ascolto è «oddio, dove sono? in che mondo sono?». Dopo aver imparato a fare ottima musica, Thom & Co. hanno imparato anche a destreggiarsi nel mondo dell’ipnosi, degni del miglior Giucas Casella.

Morning Mr.Magpie
Si riprende dal ritmo ipnotico della traccia precedente. Batteria veloce e sincopata, chitarra e basso che si intrecciano in maniera incredibilmente efficace e parte vocale altresì “ondeggiante” nella parte centrale, quasi si volesse riprendere “Pyramid Song” e renderla più veloce e meno deprimente. Senza infamia e senza lode, un brano comunque gradevole, soprattutto con le cuffie, grazie alle quali si possono apprezzare sfumature sonore molto interessanti.

Little By Little
Non siamo davanti a una cover degli Oasis, sia ben chiaro. Questo è il miglior brano della prima metà: chitarre e parte vocale sono molto vicine a “Hail To The Thief”. Le parole sono quasi sussurrate, a tratti incomprensibili, ma questo modo di cantare si inserisce alla perfezione nel tappeto sonoro creato ad hoc da geni musicali quali Johnny Greenwood e Ed O’Brien.

Feral
Sperimentazione sonora allo stato puro. Thom si limita qui a dei lamenti, «iaaa», «gnaaa» e altri suoni incomprensibili. Brano di passaggio tra una metà e l’altra del disco, inserto strumentale di sperimentazione con un’interessante parte di batteria e poco altro. Fosse stata una b-side sarebbe stato (molto) meglio.

Siccome vi ho detto che la seconda metà è la migliore, e siccome voglio creare un po’ di inutile suspance, vi invito a cliccare sul “tastino” 2 per andare alla seconda pagina e scoprire come sono le restanti 4 canzoni.

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Lotus Flower (video a lato dell’articolo)
Primo singolo estratto, con un video che mostra Thom in gran forma come ballerino. Basso molto incisivo con un giro semplice ma molto “effettato”, che caratterizza tutto il pezzo. Per la prima volta nel disco si sente ben distinta la batteria di Selway, che emerge soprattutto nell’intro. Il resto lo fa la voce di Thom, con un falsetto ipnotico come solo lui sa fare. Buona scelta come primo singolo, forse il brano più accessibile degli otto.

Codex
Il gioiello del disco. Struggente, malinconica, voce e piano unite alla perfezione per un episodio difficile da dimenticare. Brano che unisce le migliori malinconie estratte da “Amnesiac” e “In Rainbows”, quasi fosse una alternative version di “Videotape”. Emozioni emanate da sette semplici note e da una voce perfetta per questo tipo di pezzo. Applausi.

Give Up The Ghost
Delicatissima la penultima traccia del disco. Impianto musicale molto leggero sovrastato dalla parte vocale che regge da sola tutto il pezzo. Potrebbe essere benissimo una b-side uscita dalle session di “The Eraser”, nessuno avrebbe avuto nulla da dire in merito.

Separator
Molto interessante l’apertura di “Separator”, dal ritmo incalzante di basso e batteria contrapposti alla parte cantata, che invece tende a rallentare quasi fosse un peso contrario che contrasta la melodia della parte strumentale. Da metà in poi diventa un crescendo psichedelico con l’inserimento di leggere chitarre e tastiere che vanno a rendere più completo il brano. Qui i Radiohead dimostrano di non voler staccare completamente col passato, ispirandosi nella ritmica a “House Of Cards” e “Go To Sleep”.

Forse questo è il lavoro più oscuro di tutta la loro produzione. Si sperimenta sempre di più, senza però dimenticare quanto fatto in passato, soprattutto nell’ultima decade. Pare assodato che non avremo più l’anima rock dei primi Radiohead, dal momento che è emersa un’anima molto più minimale ed intimista. Magari qualche aficionado del vecchio stile storcerà il naso e non comprerà il disco. Ma credo che la fetta di seguaci che li continua ad apprezzare sia molto più grande rispetto a quella che non riesce a reggere più di dieci secondi di un loro pezzo.
I Radiohead lo sanno e continuano per la loro strada. Bravi.

Un voto? 7- direi che può andare.

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