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L’ultimo lupo” ci porta n Cina all’indomani della rivoluzione culturale: il giovane studente di Pechino Chen Zheng (Shaofen Feng) viene inviato tra i nomadi della Mongolia per insegnare loro a leggere e scrivere il cinese. Qui s’innamora della loro cultura nomade e arcaica, che venera la steppa e i suoi abitanti, e in particolare i tanto temuti lupi. Chen però sta osservando un mondo morente, schiacciato dal bisogno d’industrializzare la zona per produrre cibo per l’affamata capitale e rendere sedentaria la popolazione, anche a costo di stravolgere il delicato equilibrio dei luoghi. Il suo disperato tentativo di salvare un cucciolo di lupo dall’uccisione programmata dal governo diventa così un rapporto complesso con un animale in cattività, destinato a diventare l’ultimo della sua specie.

I cinesi arruolano una stella un po’ sbiadita del cinema francese con cui in passato ebbero screzi, Jean-Jacques Annaud, per portare su schermo “Il totem del lupo“, il libro di Jiang Rong che è divenuto il più grande best seller cinese dai tempi del Libretto Rosso. Le intenzioni sono lodevoli e le tematiche ricalcano da vicino una delle più grandi paure del popolo cinese, il disastro ambientale. Il film però è terribile: retorico, buonista, poco profondo. Dalla Cina poi sembra aver preso il peggio: bruttissimi effetti speciali e una certa venatura kitsch che uccide quel poco di buono che era rimasto.

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Contro

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