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L’uomo dalla culla alla tomba (con il bis)

Qualunque secchione della musica cresciuto negli anni ’90 avrà sognato, a più riprese nel corso della vita, di diventare Graham Coxon, da grande: ha gli occhiali grossi e rasenta l’antisociale, E ALLORA? Guarda un po’ cosa fa con la chitarra in quel gruppo di persone intelligenti.
Il 2009, a qualche anno di distanza dagli anni ’90, è stato un momento curioso per Graham Coxon: prima la cosa di cui non parleremo in questa sede, quindi la reunion di quel gruppo di persone intelligenti, e infine la formazione di questo ensemble dal nome altisonante. The Graham Coxon Power Acoustic Ensemble: chi non ci crede è un bullo.

La Barbican Hall riesce sempre ad essere una sala da concerti emozionante e dall’acustica generosa, e dà l’impressione di saperne più degli altri, proponendo un calendario stupefacente e variegato che si muove da The Graham Coxon Power Acoustic Ensemble al Messiah di Händel dieci giorni dopo.
È forse questa varietà a richiamare al concerto di un’ex-icona tormentata del britpop un pubblico diversificato e poche magliette con le righe? Questo, e l’ensemble.

Tredici musicisti sul palco – alcuni prevedibili, come Owen Thomas al basso e l’inseparabile pianista, polistrumentista e uomo eccentrico Louis Vause; nell’imbarazzo della scelta, un batterista e un percussionista; in coerenza con “The Spinning Top”, l’album di Coxon protagonista del concerto, ecco Ranbir alla dilruba; e poi, ancora, un suonatore d’ARCO e, per volare basso, gli dei del folk inglese anni ’70 Robyn Hitchcock e Martin Carthy; ah, e le coriste Lucy Parnall e Jen Clayton, se non proprio indispensabili comunque perfettamente integrate nella tensione verso il non-detto di Coxon, talvolta raggiunte da Natasha Marsh, la strappona soprano che fa apparizioni da sirena intervenendo con vocalizzi esorbitanti e sorprendentemente coerentissimi, non fosse per la sua tendenza a strafare e a farsi guardare malissimo da Robyn Hitchcock ogni qual volta cerchi di sovrastare l’armonia d’insieme. Le due coriste osservano i suoi lustrini inappropriati e la odiano. Hanno ragione.

Membro d’eccezione, il quattordicesimo, Chris Hopewell, videoartista che accompagna ogni pezzo con immagini suddivisibili in 1) suggestive 2) suggestive ma è più interessante seguire la band sul palco 3) avere quindici anni e trascrivere il testo di una canzone mentre la si ascolta disegnandoci accanto.
Si imprimono nella memoria le camere fisse a spiare sfocatamente da una finestra illuminata, i tessuti in stop-motion a simulare il mare in tempesta, e le cattedrali gotiche di sabbia erose dal mare durante la mortifera e rassegnata “November”.

Ma parliamo del concerto? Parliamo del concerto.
La scaletta rispetta l’ordine dei brani dell’album e il suo ideale rispecchiamento delle varie fasi della vita dell’uomo. Le canzoni, però, si dilatano e si irrobustiscono grazie, oltre a tutte quelle presenze maestose, ai tre chitarristi della band che se la cavano abbastanza bene: Coxon, Carthy e Hitchcock si compenetrano, giocano di contrappunto, si fanno gli scherzi a vicenda consultandosi con sguardi serissimi in qualcosa che è già stato preparato ma si trova sempre al confine con l’improvvisazione, qualcosa che non è mai tutto perfettamente intonato eppure è in questo che trova la sua completezza.
Quando il piano di Louis Vause interviene, secco e sporadico, in occasioni inaspettate, o quando l’arco fa incursioni, etereo e camuffato da theremin, ci si rende conto di stare assistendo a qualcosa che magari non è irripetibile: è ripetibile una volta che le tredici persone sul palco abbiano consultato le tredici agende di appuntamenti; irripetibile per il pubblico, però, forse sì.
I pezzi più efficaci e amabilmente immediati di “The Spinning Top” scatenano ondate di gioia, mani che battono a tempo e bocche spalancate, ma lo stupore maggiore è suscitato dal furore di delay di quelle canzoni che su album erano un po’ meno riascoltabili, “Far From Everything” in primis, e quindi “November”, o la “Caspian Sea” annunciata da Coxon come la canzone che spera non faccia schifo come la stampa ha detto che fa.
Non c’è solo il folk delle chitarrine, quindi, ma molto rock psichedelico e la graditissima esplosione noise di “Dead Bees”.

Sulle prime, Coxon è nervoso. Desidererebbe essere ovunque fuorché al centro del palco, eppure tutta l’attenzione converge su di lui, statico e seduto e infallibile, nella posa dell’eroe chitarrista nerd che salverà il mondo. Ma la sua voce è più calda e preparata del solito, non sbaglia nessun acuto, non sembrerebbe nemmeno terrorizzata quanto lo è il resto di Graham Coxon.
E, con il crescere del favore del pubblico, non si risparmia nemmeno qualche trovatina istrionica quale non sapere da che parte cominciare a presentare la sua band, oltre a numerose battute bofonchiate ed awkward che al pubblico femmina fanno dire «aww» e al pubblico maschio fanno dire «non vorrei essere lui, però che caro».

Torna solo sul palco per il bis, Coxon, con tre pezzi dal suo stravolgente album del 2002 “The Kiss Of Morning”, quasi ci tenesse a sottolineare il filo rosso che lega i due dischi. Dimentica alcune parole, usa buone perifrasi.
Si fa raggiungere da 2/12 della band per l’ultimo pezzo, una cover di “Oh Babe, It Ain’t No Lie” di Elizabeth Cotten, suonata in stile Davy Graham in memoria di Davy Graham. Conclude omaggiando un altro inumano mostro di bravura, lui mostro di bravura accompagnato da mostri di bravura. Mostri.

Laura Spini

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Bravo lui e tutti gli altri pure.

Luca Pappalardo

Look Into The Light
This House
In The Morning
If You Want Me
Perfect Love
Brave The Storm
Dead Bees
Sorrow’s Army

(break)

Caspian Sea
Home
Humble Man
Feel Alright
Far From Everything
Tripping Over
November

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Latte
Live Line
Baby You’re Out Of Your Mind
Oh Baby It Ain’t No Lie

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