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L’uomo del “next day”

Eclettico, per il suo perpetuo rinnovarsi in nuove sintesi musicali. Poliedrico, per la carriera multidisciplinare di artista iconoclastico, produttore di cultura moderna. Tagliente, per la scelta di quel nome che definisce il suo stile come “una lama che affonda nella verità”. Moderno aedo, per l’essere poeta della contemporaneità, rockeggiando da ormai cinque decenni. Signori e signore, l’uomo delle stelle, il Duca Bianco, Mr David Bowie. Chi più di lui potrebbe essere One Louder?

E come noi non potremmo parlarne ora che torna sulle scene dopo dieci anni di silenzio? Ma quella che segue non sarà l’ennesima epopea sulla gesta di questo odierno Proteo. Per leggere del suo essere leggenda si rimanda a chiedere agli affezionati di Wikipedia. Qui si parlerà del suo essere numero primo e non perché sempre in vetta alle classiche discografiche, quanto piuttosto per l’accezione più matematica del termine, di quei numeri divisibili solo per uno o per se stessi. Perché Bowie è così, non regge paragoni, se non con i personaggi che lui stesso crea. E come i numeri primi, anche lui è infinito, per quello che ha segnato con la sua musica e potrebbe ancora segnare.

Dopo l’aver fatto tremare i fan annunciando il ritiro, dovuto probabilmente ai tempi bui delle sue ultime produzioni, con “The Next Day” torna a dar voce alla sua irriverenza, già dalla copertina, lui che eroe non lo è stato solo per una notte ma continua ad esserlo anche, per l’appunto, il giorno dopo. E se in passato il mito era stato creato dall’essere una transizione e una distruzione continua di ruoli sempre nuovi, in quest’ultima collezione Bowie, ormai maturo, accetta ciò che è stato, ricongiunge tutte le sue espressioni in un’unica forma, trasudante ancora della sua voglia di stupire. Attualizza ciò che lo ha reso grande tra melodie sintetiche e martellanti, tra ballate intense e vibranti. E non mancano comunque le provocazioni, rese indirettamente, che riuniscono quella dicotomia tra il suo essere oggi e il suo essere ieri.

La comprensione della musica di Bowie resta comunque impulsiva, caustica, quasi mordace, oggi come al principio: impossibile definirne un unico marchio distintivo, che vada al di là del rintracciare nella sue produzioni la volontà di un sincretismo assoluto tra più generi, arti e condizionamenti culturali. È il 1969 quando tutto ha inizio: “Space Oddity” con arrangiamenti sinfonico-psichedelici preannuncia una della peculiarità più note del successivo periodo fantascientifico di Bowie. Ma è con “The Man Who Sold The World” che il Duca Bianco si mostra nelle vesti di un odierno Lady Oscar ed inaugura la sua stagione migliore con un rock sensuale e ambiguo, tra immagini androgine e un sound duro e saturo fatto di un canto strozzato e testi che celebrano il mito nietzschiano del superuomo.

“Hunky Dory” battezza Bowie come re del glam-rock: persa ogni simpatia di ordine etico, senza più alcun vincolo politico o ideologico, neanche fossero un’imperdonabile affezione stilistica, Bowie fa dell’ambivalenza estetica e dalla schizofrenia sessuale cassa di risonanza alla sua opera, di per sé grande. Tra paillettes, boa di piume e tutine succinte, Bowie suona chitarra, sax e piano finché le abilità glielo consentono e quello che ne viene fuori sono pezzi come “Changes” e “Life On Mars?”. Della serie, scusa se è poco. Ma la leggenda è tale anche grazie al marziano che partorì il suo genio: “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From” ne segna per antonomasia l’ascesa sull’Olimpo della musica. La sua arte è qui centrifugata e concentrata, non manca niente: le ballate romantiche e il rock’n roll elettrificate, le voci sguaiate e le melodie struggenti, le esibizione mutagene e trasgressive, i testi tra l’esaltazione di un morboso edonismo e la condanna della società dei consumi, tra la parodia di un vacuo divismo e la negatività di un futuro nefasto. Ziggy è l’uomo delle stelle e con “Starman” Bowie lo invoca a cadere sulla terra per redimere un rock ormai corrotto da congetture troppo commerciali.

Peccato, però, che ciò che Bowie crea, Bowie distrugge. La scena glam-rock è ormai asfittica e lui non vuole morire con un personaggio che potrebbe stancare il pubblico. Così tra le nostalgie beat di “Pin Ups”, gli incubi di “Diamond Dogs”, l’r&b di “Station to Station”, arriva all’electro pop intellettuale della trilogia berlinese che gli varrà la nomea di Duca Bianco: “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Collaborando con Iggy Pop e Brian Eno, Bowie produce uno stile musicale più colto e ricercato, e tra sintetizzatori e vibrazioni visionarie vi sfoga il proprio senso di alienazione. Riesce a fondere il kraut-rock europeo con il rhythm’n’blues, creando un ibrido di matrice elettronica eccezionale, tanto che individuare solo alcuni brani di merito, sarebbe come fare un torto imperdonabile a tutti gli altri. Chiediamo venia. Con l’avvento degli anni ’80 si determina poi la nuova palingenesi di Bowie: il fenomeno adesso è pop. “Let’s Dance”, “Ashes to Ashes”, “China Girl” ne sanciscono la fama internazionale. Tutto sembra essere a favore l’ex Ziggy, anche il fenomeno appena nascente dei music video. Sempre più impegnato come attore e nei tour, ormai grandiosi, diventa leggenda. Numerose le collaborazioni importanti: come dimenticare “Under Pressure” con i Queen o “Dancing In The Street” con Mick Jegger.

Ma tutto passa, sono gli anni ’90 e Bowie con “Earthling” azzarda al sintetico con sonorità underground, ritmi jungle e drum’n’bass, cercando una contaminazione di suoni che, nonostante le dovute titubanze, comunque abbaglia e conquista: “I’m Afraid Of Americans” o “Seven Years In Tibet” non smentiscono il suo genio, e anzi lo rendono immortale.

Il nuovo millennio inizia invece con la perdita della sua identità nota. Le produzioni deludono e il pubblico non perdona. Ma quando sei Bowie mostrarsi sempre all’altezza del proprio nome può essere estenuante, un continuo stillicidio verso la decadenza. Eppure nel suo destino, crediamo che tutto, piaccia o meno, abbia una ragion d’essere. Ogni indizio ci ha portati fino a qui, a 44 anni dagli esordi, a rintracciare ogni sua espressione nei contribuiti che ha dato alle leve moderne, in quella stratificazione artistica e musicale che ha creato quasi come un contenitore di personalità pura a cui ognuno che sia ispirato possa attingere. Bowie ci va bene così allora, tra alti e bassi. E se domani è un altro giorno, The Next Day è già qui.

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