Home > Recensioni > L’uomo di neve

L’agente di polizia Harry Hole, nato dalla fantasia dello scrittore norvegese Jo Nesbø, è una vera e propria celebrità letteraria: “L’uomo di neve” (“The Snowman”) di Tomas Alfredson lo porta al cinema per la prima volta, con le sembianze di Michael Fassbender.

Alla base della sceneggiatura, curata da Peter Straughan (“Frank”, “La talpa”), Hissein Amini (“Drive”) e Søren Sveistrup (la serie “The Killing”), c’è il settimo degli undici romanzi (in Italia pubblicati da Einaudi) dedicati da Nesbø con grande successo alle indagini di Hole, ma il primo, spiega lo stesso scrittore, in cui compare un esplicito elemento horror: «Il titolo “L’uomo di neve” trasmette una certa immagine, così come l’idea di una cosa innocente (“Snowman” significa anche “pupazzo di neve”, ndr) che viene eliminata dal contesto e messo in un nuovo contesto; più è accogliente e familiare, e più diventa spaventoso».

A mettere in scena questa caccia al serial killer che firma le scene del delitto proprio con un pupazzo di neve, è stato chiamato — dopo Martin Scorsese, rimasto comunque legato al progetto come produttore esecutivo — lo svedese Tomas Alfredson, che avevo già dimostrato di trovarsi a proprio agio tanto con l’horror (il perturbante racconto di formazione a tema vampiresco “Lasciami entrare”) quanto con il noir più sottile e la spy story più intricata (il corale ed elegantissimo “La talpa”).

Qui il punto di forza della regia di Alfredson non sta nel percorso, piuttosto canonico, che ci porta alla scoperta dell’assassino nel gelo di Oslo, ma nelle scene non centrali e nei personaggi secondari (dietro al doppio ruolo affidato a Chloë Sevigny potrebbe nascondersi un altro film). Lo affianca più che egregiamente la montatrice Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Martin Scorsese, con uno stile secco, a tratti vagamente ellittico (i crediti segnalano però come editor anche Claire Simpson, lasciando intendere anche in questo caso un cambio della guardia e, forse, una lavorazione travagliata).

Sì, ogni tanto la scelta dell’inquadratura e il taglio di montaggio cedono al dettaglio a effetto — il ritrovamento di un cadavere smembrato sulla neve, una testa tagliata — ma, in fondo, ciò che del film ci resta in mente sono i particolari meno importanti, quelli delle sottotrame legate alle vittime e ai possibili sospettati, che non stanno lì per depistarci ma per ricordarci come le più banali tensioni familiari siano già materiale da thriller.

E Michael Fassbender? Jo Nesbø lo promuove senza entusiamo («Il perfetto Harry non esiste, ma un attore con le capacità di Michael si avvicina molto all’esatto Harry che avevo in mente») ma l’attore irlandese se la cava piuttosto bene: la sua non è un’interpretazione particolarmente ispirata, ma possiede quel sano distacco che sempre lo contraddistingue (qualche mese fa, descrivendo la sua recitazione in “Song to Song“, parlavamo di «freddezza spietata, feroce introversione e una punta di misteriosa ironia») e che per “L’uomo di neve” si rivela molto utile. Fassbender si carica addosso il dramma umano di Harry Hole, che certo non brilla per originalità di scrittura, senza retorica né pesantezze psicologiche, e ci lascia godere la storia.

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