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L’alba della patria

Un film costruito su documenti storici, con attori chiamati a dare corpo a parole, pensieri e ideologie: c’è la disillusione di Domenico (Luigi Lo Cascio), c’è Giuseppe Mazzini (Toni Servillo) come stilizzata figura fatta di spirito e pensieri cupi, ci sono la consapevolezza e la lucidità di Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi e Anna Bonaiuto).
Alla conferenza stampa di “Noi Credevamo” di Mario Martone, dedicato alla storia del nostro Risorgimento, intervengono, oltre al regista, lo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo e gli attori Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Luca Zingaretti e Luca Barbareschi.

Come si lega la storia narrata nel film al nostro presente? Come avete lavorato sui documenti?
Mario Martone: Il film è costruito su materiali storici, con dialoghi tratti da lettere e scritti originali. Non ci interessava strizzare l’occhio all’attualità, abbiamo mantenuto il linguaggio dell’800 e ciò ha rischiesto un grosso lavoro agli attori nel renderlo vivo e credibile. Ho cercato di proporre una visione storiografica e iconografica nuova del Risorgimento, scavandolo nel nostro presente, in ambienti reali. Ci siamo concentrati su quattro momenti che potessero accendere luci su zone buie.
Giancarlo De Cataldo: L’Italia è un Paese privo di memoria e alle prese, di fronte alla storia risorgimentale, con due differenti tipi di retorica: da una parte quella degli eroi tutti giovani e belli, sempre uniti nella lotta e pronti a versare il sangue, mentre in realtà Mazzini, Cavour e Garibaldi si scontravano costantemente. La visione opposta vede invece il Risorgimento come una truffa imposta ad un popolo che non desiderava la libertà, che era affezionato ai vecchi sovrani.
Il nucleo della storia che abbiamo voluto raccontare è nella speranza dei giovani che in quel momento si identificava con l’utopia della costruzione della patria: la forza di questi ragazzi è prima ingenua, poi sempre più disillusa e nichilista.

Le parole finali del protagonista Domenico definiscono la società italiana come “gretta, superba e assassina”: ci sono legami con l’oggi? Gli attori cosa possono dirci dei propri personaggi?
Martone: Quelle parole di Domenico sulla “società gretta, superba e assassina” sono tratte dal romanzo “Noi Credevamo” di Anna Banti: l’autrice si riferiva all’Italia post-risorgimentale, ma le caratteristiche di quell’Italia si sono riproposte molte volte nel corso della storia, nel conflitto tra le spinte democratiche e le tensioni autoritaristiche, dal periodo del fascismo fino ai nostri giorni.
Luigi Lo Cascio: Domenico vive inizialmente la sua attività di cospiratore in modo corale, in un “noi” che in realtà è fitto di voci particolari e interessi di classe; sarà l’esperienza del carcere a mostrargli drammaticamente la divisione tra il popolo e l’aristocrazia.
Un approccio psicologico sarebbe stato un fallimento: si tratta di personaggi che hanno in sé elementi del teatro e del mito, vanno affrontati come si affronterebbe un personaggio di Shakespeare la cui lingua può sembrare distante solo se non sappiamo porci sinceramente in ascolto. Mi sono fidato molto della musica, come del resto anche il film stesso.
Valerio Binasco: Per Angelo sono partito dal senso di colpa per l’uccisione dell’amico: questo “marchio di Caino” me l’ha fatto amare e mi ha fatto entrare profondamente nella sua solitudine. Come attore, credo nella necessità di trovare qualcosa di me nel personaggio.
Luca Zingaretti: Il mio è stato un percorso semplice, in un affresco storico bisogna trovare il proprio colore e poi giocare con le tonalità: credo che il colore di Crispi sia quello dell’ambiguità, che ho cercato di rendere con una certa liquidità del personaggio.
Luca Barbareschi: Per me che ho fatto politica in questi anni, è curioso trovarsi in un progetto del genere; ho trovato il film molto onesto intellettualmente.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso è un personaggio storico quasi dimenticato: perché avete scelto di inserirla nel film?
Martone: Nel corso delle nostre ricerche ci sono venute incontro molte figure maschili, il film stesso è un racconto corale maschile, mi sembrava perciò importante individuare un personaggio femminile che non fosse moglie, figlia o madre ma una donna con proprie idee politiche da mettere in relazione dialettica con quelle degli uomini.
Cristina aveva davvero una visione politica avanzata e si è sempre relazionata criticamente sia con Cavour che con Mazzini, dimostrando indipendenza di pensiero. Anche per i suoi dialoghi abbiamo usato scritti originali, ben tradotti sullo schermo da Francesca Inaudi attraverso una lingua viva, che respira.

A fronte di una grande profondità e chiarezza di contenuti, lo stile appare forse troppo televisivo?
Martone: Il mio non è mai stato un cinema di estetismi formali e non mi sembra che questo film abbia uno stile differente dai miei precedenti. Ho guardato a Rossellini per comprendere come filmare la storia al cinema; sul set ho lavorato a stretto contatto col direttore della fotografia Renato Berta senza trucchi inutili, mettendoci semplicemente in relazione con la luce e con gli ambienti, privilegiando il respiro narrativo.

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