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L’amore (ci) salva dal male

Distribuito da Lucky Red, arriva finalmente nelle sale italiane “Brotherhood – Fratellanza”, opera prima di Nicolo Donato vincitrice del Marc’ Aurelio d’Oro come miglior film al Festival di Roma 2009. Abbiamo incontrato il regista danese nella splendida cornice dell’Auditorium Parco della Musica a Roma.

Da dove nasce l’urgenza di raccontare una storia come quella di “Brotherhood”?
Lo spunto è venuto dal documentario “Men Heroes And Gay Nazi”. Non solo c’era tutto il materiale per una bellissima storia d’amore ma mi sembrava ci fosse anche l’ambientazione giusta. In Danimarca i crimini motivati dall’odio per le differenze etniche, sessuali e religiose sono molto cresciuti negli ultimi anni. Era il momento giusto per fare questo film. Non credo che nessuna persona al mondo nasca cattiva. Bisogna cercare il buono che c’è in ognuno di noi, anche negli uomini apparentemente più malvagi. Questo è possibile solo attraverso l’amore, l’unica cosa che può risolvere tutto. Tutti quanti noi dovremmo avere e dare più amore.

Ha avuto contatti con gli ambienti neonazisti danesi per preparare il film?
Ho parlato molto con un ragazzo che ha fatto parte di un gruppo nazista. Adesso ne è uscito ed ha ritrovato l’amore nella vita. Mi ha raccontato che è finito in prigione ben cinque volte e che gli altri membri del gruppo non sono mai andati a trovarlo. È stato completamente abbandonato dalle stesse persone alle quali si sentiva di appartenere. Quando ha visto il film è rimasto sorpreso di quanto ci fosse della sua esperienza. Gli ho detto che mi aveva dato così tanto che non potevo non usarlo nel film e restituirlo a lui in qualche modo.

In Italia i casi di aggressione nei confronti di cittadini omosessuali sono molto aumentati recentemente ed il governo di destra non fa nulla per contrastare l’omofobia. Pensa che un film come il suo in cui la tematica gay è affrontata senza stereotipi possa far cambiare il modo di pensare?
Credo che il cinema e l’arte in generale possono cambiare le cose, le persone ed il modo di guardare gli altri solo se si lavora bene. Non so come questo si possa fare, ma posso dire di averci provato con “Brotherhood”. Non mi aspettavo di essere accolto con tanto entusiasmo al Festival di Roma. Non conoscevo la situazione italiana e non immaginavo che il mio film potesse essere così attuale. Credo che la chiave di tutto sia parlare e comunicare. Una volta mi si disse che non bisogna dar spazio ai nazisti nei media perché se gli si dà visibilità il movimento rischia di crescere e rafforzarsi. Io ho voluto parlarne con l’urgenza di far vedere tutto il male che fanno e la necessità, attraverso l’amore, di avvicinarmi di più alle persone nonostante le scelte che fanno e le azioni che compiono.

È stato difficile trovare i finanziamenti per produrre il film?
Ci sono voluti quasi due anni! All’inizio della fase di scrittura praticamente eravamo senza soldi. Completata la sceneggiatura è arrivato qualche finanziamento e abbiamo potuto girare il film. Se adesso siamo qui vuol dire che in qualche modo ce l’abbiamo fatta.

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