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L’amore per la libertà

Alla Casa Del Cinema di Roma per presentare “The Lady“, incentrato sulle vicende della politica birmana Aung San Suu Kyi, il regista francese Luc Besson parla di cinema ma soprattutto della difficile situazione politica nel paese asiatico.

Come si è rapportato al vissuto di Aung San Suu Kyi per la realizzazione del film?
Naturalmente conoscevo benissimo la sua storia politica ma sapevo poco o nulla della sua storia personale che, come avete visto, è al centro del film. Quando ho avuto in mano la sceneggiatura per la prima volta ho pianto per ore leggendola, è una storia commovente. Una donna così piccola e minuta che tiene testa a una sanguinaria dittatura e a un esercito intero anteponendo a ogni tipo di interesse personale l’amore per la libertà e per i diritti dell’uomo, una vera e propria eroina.

Ha avuto difficoltà nel raccogliere i dati e le notizie sulla situazione politica birmana e su Aung San Suu Kyi?
Abbiamo avuto molte difficoltà, non ci sono libri che raccontano la sua storia. Quando abbiamo iniziato le riprese Aung San Suu Kyi era già da undici anni agli arresti domiciliari e tutte le persone che erano state a stretto contatto con lei, come gli amici e il marito, erano morte. Perciò ci sono stati d’immenso aiuto i racconti dei due figli e i rapporti sulla dittatura birmana di Amnesty International per avvicinarci il più possibile alla verità dei fatti. Ad esempio la scena di Danubyu quando Suu Kyi attraversa da sola il blocco militare nonostante le minacce dei soldati l’ho girata nel modo in cui penso siano andate le cose. Suu Kyi al momento delle riprese era ancora agli arresti e non è stato possibile chiederle cosa fosse successo veramente. Oltretutto non avevamo neanche una foto di Danubyu, non avevamo idea di come fosse. Ho parlato con dei birmani che conoscevano qualcuno che era stato laggiù, ma non sono riuscito ad avere nessun resoconto diretto da persone realmente presenti. Ma la scena non l’ho inventata, Suu Kyi ha davvero attraversato un muro di soldati armati.

Abbiamo poi utilizzato circa 200 ore di girato donatoci da numerosi giornalisti per conoscere meglio i costumi e le usanze delle varie etnie che abitano il paese. Per ovvie ragioni non potevamo girare in Birmania quindi abbiamo lavorato in Tailandia, non lontano dal confine, in un paesaggio che ricordava quello birmano, ma l’impressione è che il film sia stato realizzato interamente in Birmania.
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Crede che il film possa servire a sensibilizzare le coscienze, soprattutto dei più giovani ormai abituati ma anche disillusi dalle democrazie occidentali?

A molte delle proiezioni del film a cui ho assistito c’è stata una gran partecipazione da parte dei giovani, vedere un film del genere può sicuramente aiutare a sensibilizzarsi. Uno dei motivi che mi ha spinto a realizzare questa pellicola è l’eco che potrebbe avere in tutti i paesi democratici. Dovrebbe farci rendere conto della libertà di cui godiamo in Europa o in America, e allo stesso tempo dimostrare quanto sia fragile la democrazia, che se ci pensiamo è un po’ come l’amore, se non lo curiamo giorno per giorno finisce. Tutte le dittature nascono da democrazie degenerate e non curate adeguatamente. Pensate che in Birmania la maggior parte dei seggi parlamentari è riservata ai militari e il 95 % dei seggi rimanenti sono occupati da ex capi dell’esercito. Vent’anni fa il partito di Suu Kyi aveva vinto 392 seggi contro i 7 dei capi dell’esercito, il popolo aveva espresso la propria volontà alle elezioni ma i risultati non sono mai stati presi in considerazione. Che democrazia è mai questa?

Pensa che “The Lady” possa contribuire a cambiare effettivamente le cose in Birmania?

Lo spero ma è difficile prevedere la vita di un film. Recentemente in Korea ho incontrato un ragazzo che avrà avuto più o meno 14 anni, con una cresta rossa. Mi ha riconosciuto e mi ha detto che “Subway” è il suo film preferito. Pensate se nell’85, quando l’ho girato, potevo lontanamente immaginare che 25 anni dopo un ragazzino koreano con la cresta rossa mi avrebbe fermato tessendo le lodi del film.

Suu Kyi ha visto o vedrà il film?
Ancora non l’ha visto, durante il nostro incontro dopo la sua liberazione mi ha detto che lo vedrà quando sarà abbastanza forte, come biasimarla. La proiezione del film in Birmania è naturalmente vietata, ma ci sono stati grandi afflussi di copie pirata in quelle zone. In questo caso la pirateria per noi artisti è più che positiva, riesce a far arrivare le nostre opere in luoghi dove ne è proibita la circolazione, diverso è il discorso quando si piratano i film qui nel libero occidente. Quando escono dalle nostre sale proviamo comunque a mandare le copie originali del film in questi paesi in modo che possano vedere le pellicole in una qualità perfetta e nel formato originale.

Il primo aprile si voterà in Birmania, pensa che si ripeteranno le elezioni farsa dell’ultima volta?
Saranno sicuramente le elezioni più aperte e libere dall’instaurazione della dittatura, ma non so se ci sarà la più totale libertà e trasparenza. Sono certo però che verrà eletta Suu Kyi, ormai è diventata una figura immortale per il popolo birmano, è l’unica che in una situazione così difficile come quella odierna potrebbe riunire le varie etnie del paese. La dittatura può fare davvero poco contro di lei adesso.

Tra poco ci saranno le elezioni presidenziali anche in Francia, qual è il suo pensiero a riguardo?
Le elezioni presidenziali in Francia sono molto sentite, soprattutto in questo momento di estrema crisi per l’Europa intera. Ancora non so chi votare, sto seguendo i discorsi e le proposte, poi deciderò, ma purtroppo non vedo alcun progetto a lungo termine da parte delle forze politiche, nessuna proposta di società, solo un mercato di offerte al rialzo.

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