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L’angelo del male

In occasione della quinta edizione de “La Primavera del Cinema Italiano – Premio Federico II“, abbiamo incontrato Kim Rossi Stuart, fresco protagonista di un film che ha fatto molto discutere: “Vallanzasca – Gli Angeli Del Male”. Affabile, altissimo e signorile come pochi, si è sottoposto alle nostre domande nonostante la febbre alta.

Girando il film su Vallanzasca sei entrato in contatto con il mondo delle carceri. Che idea ne hai ricavato?
la prima impressione non è tanto razionale quanto emotiva. È un mondo parallelo, un mondo ai limiti, ai confini della realtà. Ci sarebbero tante cose da dire. Ogni carcere ha una sua specificità. Noi abbiamo girato a San Vittore, nel carcere di Velletri, a Civitavecchia. Insomma, ne abbiamo girati tanti. Alcuni hanno una dimensione più accettabile, altri sono immersi in una specie di vuoto cosmico, in cui la vita non sembra proprio vita.
Approfondendo la storia di Vallanzasca si capisce poi quanto il carcere non sia affatto migliorativo, anzi. È peggiorativo sotto tutti i punti di vista, è una vera scuola di malvivenza. A San Vittore abbiamo visto una situazione di sovraffollamento simile a uno zoo, dove c’erano sei, sette, anche otto detenuti in una stanza minuscola. La situazione è questa, lo sappiamo tutti. È uno dei segnali che ci fanno capire quanto la nostra società sia degradata.

Quali sono stati per te gli aspetti di Vallanzasca più difficili da riprodurre?

Per me è stato un personaggio particolarmente complicato, una specie di doppio carpiato, perché è molto lontano dalla mia personalità, da quelli che sono i miei elementi naturali, quelli che mi costituiscono. Però sai, a volte questo, a un attore, può dare anche una chance in più: quella di abbandonare completamente gli ormeggi e lasciarsi andare, ovviamente dopo aver fatto a tavolino un lavoro di un certo tipo. L’egocentrismo e l’istrionismo che appartengono a Vallanzasca erano forse aspetti di me che avevo poco sperimentato.
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Perché i giovani sono così affascinati dai personaggi negativi?

Se ti riferisci a Vallanzasca, io credo che lui non sia certo un esempio positivo ma penso anche che non sia il male assoluto. Credo che la sua vita, il suo carattere, i fatti che sono intorno a lui raccontino di un uomo che è sempre stato in bilico tra il bene e il male, in maniera anche molto estrema. Per questo era un personaggio assolutamente interessante da raccontare.
Per esempio: l’uso della violenza. Io sono un “gandhiano”, non posso certo sentirmi vicino a lui da questo punto di vista, però, conoscendolo di persona e conoscendo la sua vicenda, posso dire che Vallanzasca è una persona che ha molti aspetti positivi nel suo carattere. Infatti la cosa molto buffa, che ha fatto un po’ scandalo e per la quale il film è stato boicottato e censurato è: il personaggio è troppo simpatico. Ma chiunque conosce un minimo Vallanzasca sa che questa è una sua peculiarità, sa che è questo che lo ha reso celebre negli anni ’70, questo suo fare smargiasso, sempre sorridente, quasi sensibile nel suo modo di porgersi. Poi, certo, molte persone non lo trovano simpatico, probabilmente quelle che sono rimaste coinvolte. Eppure mi è sempre rimasta in mente la frase di una vedova, la vedova di un poliziotto. Le domandarono “che cosa pensa di Vallanzasca?”, e lei rispose “mi dispiace, ma devo dire un assassino”. Ma perché mi dispiace? Secondo me questo significa: sì, è un assassino; sì, deve fare 40 anni di carcere così come sta facendo, ma nello stesso tempo vuol dire che si riconosce in quest’uomo ciò di cui parlavamo prima, cioè anche qualcosa di positivo, di umano.

In Vallanzasca albergano numerose contraddizioni. La tua opinione a riguardo.

Vallanzasca è uno che ha sempre avuto il mito del Robin Hood. Al di là del fatto che non lo sia stato, però il mito di Robin Hood ce l’ha sempre avuto. Lui è la persona che sentirai più volte in assoluto dire “la giustizia”, “il giusto”, per via di una sua idea di giustizia rigorosissima. Mentre, invece, quando andava a fare le sue rapine, usava dire: “questo è il mio mestiere. Se mi sparano contro, non posso certo mandare mazzi di rose”.

Il film “Senza Pelle” rappresenta uno spartiacque nella tua carriera. All’inizio idolo delle teenager e diversi b-movie, poi il passaggio a un cinema più impegnato. Che cosa scatta dentro di te a partire da quel lungometraggio?

Guarda, in quel frangente mi sono detto “basta”, voglio rischiare di più, non avendo mai fatto scelte in base a una questione economica, grazie a Dio. Questo perché, quando mi sono guadagnato quei due soldi per mangiare, io sto a posto. E lì, dopo aver fatto un po’ di televisione, dopo essermi conquistato un po’ di autonomia, mi ricordo che dissi: adesso aspetto la possibilità di fare qualcosa che mi permetta di raccontare anche degli aspetti umanamente per me più importanti e urgenti. E grazie a Dio quel film, come tu hai ricordato, è venuto, come si suol dire, come il cacio sui maccheroni.

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