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L’arte della percezione

Abbiamo rischiato di perderlo, una pellicola deteriorata tra cumuli di materiali d’archivio colpevolmente dimenticati: eppure “Orfeo 9″ è stata la prima opera rock italiana della storia. Eppure il film, che era stato prima rappresentazione teatrale e, soprattutto, album musicale, era un lavoro di grande spessore, decisamente avveniristico, oltre che espressivo – e straordinariamente low budget, essendo costato al tempo quaranta milioni di lire. E annoverava nel cast talenti che sarebbero esplosi luminosamente nel corso degli anni seguenti, da Renato Zero a Loredana Bertè. A Venezia 65 viene riproposta una copia impreziosita dalla colonna musicale stereo. Abbiamo colto l’occasione per parlarne con il regista Tito Schipa Jr.

Come è nato “Orfeo 9″?
Premetto che esiste anche un libro, intitolato “Orfeo 9 Il Making”, che narra la genesi, veramente incredibile, di quest’opera. Ce ne sono successe veramente di tutti i colori. L’idea dell’opera rock, comunque, è nata in me anni prima, nel ’67 al Piper Club di Roma con “L’Opera Beat”, un collage di diciotto canzoni di Bob Dylan riscritte a mo’ di melodramma che ebbe un successo totalmente inatteso. Garinei e Giovannini, in seguito, mi concessero cortesemente il Sistina per un progetto che riguardava Gershwin. Avevo ventidue anni, avevo il Teatro Sistina in mano, e non ero ancora nessuno, una responsabilità importante. All’ultimo momento dalla Gershwin Corporation di New York giunse un telex: mi vietavano di fare lo spettacolo. E così avevo il Sistina, e nulla da mettere in scena. In una notte di tregenda, descritta nel libro, fui costretto ad inventarmi un progetto alternativo. E ripresi l’idea dell’opera rock. Presi la storia di Orfeo perché mi sembrava che ci rappresentasse molto bene, a noi di quella generazione. Era un momento di presa di coscienza epocale, venivamo da un paio di secoli scuri, e oggi difficilmente si può comprendere da cosa ci siamo liberati. Un processo difficile: molti si sono persi, alcuni anche morti, con il dilagare degli allucinogeni, di cui si è fatto un uso assolutamente sbagliato.

Esiste un uso giusto?
L’uso giusto è comprendere che l’acquisizione di una sostanza che – se non sei un moralista, e la escludi a priori – bene o male ti apre quelle che Huxley chiamava le porte della percezione, ti mette in contatto con una parte di te stesso che altrimenti probabilmente non conosceresti mai, può essere un fatto che appartiene all’esperienza umana. E magari ti indica un cammino. Poi il problema è confondere quell’esperienza con la sostanza che te l’ha procurata, e allora si cade nella dipendenza e in tutti i problemi che essa comporta.

E se si trattasse soltanto di una realtà proiettiva?

Questo non potrà mai dimostrarlo nessuno. Alcuni potrebbero anche dire che non esiste niente di reale, o eliminare le distinzioni tra soggettivo e oggettivo sostenendo che tutto costituisce esperienza umana. È un discorso profondo e difficile.

L’arte può essere un mezzo privilegiato per affrontarlo?
Essendo fenomeni ampiamente irrazionali, l’arte, che ha un’importante parte irrazionale, può usare un linguaggio particolarmente diretto nei confronti di queste percezioni. La chiave di tutto è la percezione della realtà. E la storia di “Orfeo 9″ è proprio quella di una persona che, una volta apertasi la porta, non riesce a capire che cosa gli sia successo in realtà, e si trova in guai seri, nonostante tanti intorno a lui cerchino di farlo spostare da questa visione indelebile che sembra essersi fissata dentro di lui. Il punto cardine del problema è capire che questa visione è qualcosa che appartiene al presente, è sempre recuperabile soltanto al presente. Altrimenti si cade nella paccottiglia di mistica, false religioni, ecc. E si trova sempre qualcuno che vuole venderci quello che abbiamo già, che è dentro di noi. Non a caso il personaggio di Renato Zero, nel film, si chiama il venditore. Serve rimanere in uno stato di veglia, non sognare: don’t dream it, be it.

Discorsi molto spinosi: la censura non deve essere stata morbida…
Questioni di tal genere, affrontate da un gruppo di capelloni, erano semplicemente inaccettabili. Non importava cosa dicessimo, se lavorassimo a favore o contro qualcosa. Se fosse possibile, con il nostro messaggio, salvare delle vite – cosa di cui, dalle lettere che continuano oggi ad arrivarci, sono convinto.

Dall’opera teatrale al film: il cast era lo stesso?
In teatro eravamo un gruppo di scalmanati presi dalla strada: non c’erano soldi per far di più, e comunque andò tutto molto bene. Per il film, e ancor prima per il disco, che in 35 anni non ha mai smesso di vendere e che secondo me non ha epoca, presi semplicemente il cast, quasi intero, di “Hair”, che a quei tempi era al Sistina. Ci conoscevamo tutti, eravamo parte della stessa realtà.
[PAGEBREAK] Ancora questo: la scena. Pare che nell’arte, senza un ambiente in fermento, certe menti, certi talenti non riescano a esprimersi…
Gli anni successivi sono stati davvero un disastro…Momenti come quello capitano ogni cento anni. Pensa, gli anni ’80 sono rappresentati da Keith Haring, come immagine, un ragazzino tra il geniale e lo scemo che ha fatto l’immagine del decennio. È questa la differenza. I giovani di oggi sono cresciuti negli anni ’80, noi avevamo visto la generazione precedente, e non so come sia potuto accadere, date le premesse, un contraccolpo del genere. Forse è logico che dopo una botta così forte ci sia un momento di stanca.

Hai mai visto qualcosa di “Orfeo 9″ nelle altre opere rock?
Dal punto di vista formale tutti i lavori di Lloyd Webber sono esperimenti analoghi, da “Cats” al “Fantasma del Palcoscenico”. Anche “Tommy” degli Who. “Quadrophenia” e “The Songs Remains The Same”, da un punto di vista drammaturgico, sono più oratoriali. “Sweeney Todd”, l’originale con Angela Lansbury, è un capolavoro. La conoscono in pochi, e poi ne è uscito un film che la travisa completamente: ne ho un’opinione molto negativa, gli hanno tolto tutta la ragion d’essere, l’ironia. Non me ne capacito. E poi anche fare “Sweeney Todd” a Johnny Depp… Comunque, purtroppo, è caduto nel dimenticatoio.

“Orfeo 9″, invece, no. È ancora così attuale?
Sì. Innanzi tutto il tema: le persone, per natura, commettono errori. E poi è divenuto un mito, e caratteristica dei miti è quella di non passar di moda.

E la musica rock, negli ultimi 30 anni, come la vedi?

Posso dare solo risposte deprimenti. L’unica cosa che mi ha catturato, negli ultimi tempi, è l’hip hop, il rap. Mi è sembrato veramente una cosa nuova. Una cosa importante. Io poi la vedo sempre, per deformazione, in modo teatrale: il recitativo, nel senso del melodramma, cantato è un’intuizione davvero grandiosa. Certo, poi bisogna trovare il buon rap: perché essendo apparentemente facile si sprecano le imitazioni. E va detto che, facile, non lo è per niente: la ripetitività, ad esempio, riporta direttamente a Philip Glass, in senso concettuale. C’è molta psichedelia, nella ripetizione: è assolutamente ipnotica e ti introduce nel mood di chi sta parlando.

A quando un’opera hip hop allora?

Ci sto già lavorando. Si tratta di una versione sui generis di rap, più complessa e sofisticata, ma resta centrale questa parlata ritmica che ritengo molto stimolante. Anche questo progetto, comunque, è un discorso infinito, la sto scrivendo da decenni. Spero che “Orfeo 9″ in questo senso sia un propulsore anche per il nuovo lavoro.

E nel frattempo stai anche lavorando ad un progetto sulla “Tosca”. E si tratta di animazione.

Per esprimere il genio musicale di Puccini credo sia necessario affidarsi all’animazione. È un’idea che ho in mente da una vita. Fare un film che riprenda la partitura, e non il libretto: non basta il mezzo cinema in questo senso, e infatti tolto “Il Flauto Magico” di Bergman credo non esistano film d’opera credibili. Il mio progetto consiste nel prendere una colonna sonora che è la più bella riproposizione della “Tosca” di sempre, quella del ’53 con la Callas, Di Stefano e Gobbi, di cui ho acquisito i diritti, e arrivare alla visualizzazione animata di quel disco, con caratteri che abbiano le sembianze e i modi di quegli interpreti. Ero indeciso se affidarmi al 3d o all’animazione classica, ma sono giunto alla conclusione di usare il 2d disneyano, che secondo me rimane migliore – e Miyazaki lo dimostra. La realtà, in fondo, non si può clonare: si può solo suggerire. Quello del 3d è un gioco affascinante, ma è un gioco e basta. E “Shrek”, che usa quella tecnica, è tornato a personaggi fantastici, mentre “Polar Express” è un esperimento andato male, oltretutto insensato. Si è perso troppo tempo dietro questa chimera del 3d come nuova via dell’animazione. E poi, vedendo un film come “Polar Express”, io spettatore non ci credo. Non riesco a entrarci dentro. Un cartoon non dovrebbe darci qualcosa di esterno a noi: dovrebbe estrarre ciò di cui siamo già in possesso. È come quando si parlava degli allucinogeni. È psichedelica.

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