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L’arte? Troppo preziosa per negoziare

“Vedere come a volte i film vengano giudicati a priori in base alla loro provenienza, o per la firma che recano in calce, è terribile. Poi succede che qualcuno ha un rifiuto pregiudiziale verso Hollywood o, dal lato opposto, nei confronti del cinema sperimentale: è semplicemente assurdo.”
Un inno alla libertà, quello di Milcho Manchevski, uno dei più interessanti e originali cineasti degli ultimi anni, autore di “Dust” e del magnifico “Before the Rain“, uno di quegli autori che non hanno paura di confrontarsi coi generi e abbatterne a spallate i confini, sempre con il rischio di trovarsi su un baratro economico, ma con la consapevolezza che – parole sue – “L’arte è qualcosa di troppo prezioso per negoziare”.

E non si pensi a lui come a un artista incapace di prendere sul serio la mera realtà dei fatti – il cinema è (anche) un’industria. Perché, come ha spiegato davanti a una folta platea accorsa per confrontarsi con lui al Festival di Aruba, Manchevski al rapporto tra intenzioni e realizzabilità ci pensa eccome: “Come bilanciare sperimentalismo e audience? Ecco, questa è una domanda da un miliardo di dollari. Me la pongo continuamente, ogni giorno. Ma di solito giungo alla stessa risposta: si può soltanto fare, e poi sperare che funzioni”.

Proprio per questa sua inclinazione alla libertà assoluta, art for art’s sake, il regista ha deciso di non lavorare negli States, dove vive da anni: “Spesso, quando si ha a che fare con produzioni che mirano al successo, arriva qualcuno a dirti come limare il tuo film, come rimontarlo, come renderlo più vendibile. E la cosa bella è che nessuno ha le prove che quegli accorgimenti funzionino davvero. Alla fine dei conti è solo questione di ego”. Poi, però, accade anche che arrivino sorprese totalmente inattese, come nel caso di “Before the Rain”, Leone d’Oro a Venezia, nel 2001, che proiettò Manchevski su una ribalta talmente luminosa da spiazzarlo completamente: “Mi sembrava di essere stato investito da un treno. Non è solo questione di successo, quello che è accaduto con “Before the Rain” è differente: il film ha conquistato pubblici totalmente diversi, ci sono state lezioni universitarie dedicate ad esso, gente che l’ha studiato e ha scritto libri su di esso. Ed è stato incredibile, perché si trattava comunque di un film complesso, con una narrazione fratturata, come d’altronde accadeva anche in Dust”.

Un tratto stilistico, questo, arrivato ad ulteriore estremizzazione con “Mothers“, selezionato dal direttore del festival di Aruba Claudio Masenza: “L’idea di questa pellicola”, ha spiegato Manchevski, “deriva dalla mia ossessione per i film sperimentali e d’avanguardia degli anni sessanta e settanta, una passione nata durante i miei studi universitari in Illinois, dove sono giunto grazie a una borsa di studio”. L’intenzione di fondo era quella di ispirarsi alle metodiche d’improvvisazione del jazz, ha dichiarato il regista, o “avvicinarsi alla prassi della pittura: volevo prendere tre storie differenti, girarle in maniera indipendente l’una dall’altra, e poi giustapporle, così, seguendo l’istinto. Chiaro, poi, che tornandoci su un fil rouge emerga, sono tre vicende di tradimento, menzogna, sono tutte e tre legate alla figura materna. Ma quella non è stata la chiave di volta del processo creativo”.
[PAGEBREAK] Ed in effetti “Mothers” è un film molto strano, a tratti sofisticato, toccante e spesso ellittico, suddiviso in tre storie lontane tra loro, l’ultima delle quali è oltretutto un documentario dedicato al presunto serial killer Vlado Taneski. “Voglio specificare però che non ritengo necessariamente un documentario più vero di un film di finzione. Realismo e verità non sono la stessa cosa. E, anzi, ho una certa diffidenza nei confronti dei documentari: spesso assumono una prospettiva rigida, come a voler dire ora ti mostro la verità, ed io oltretutto ho bisogno di sentirmi libero, mentre spesso il documentario richiede una eccessiva aderenza ai fatti”.

Per Manchevski, infatti, la possibilità di liberare la narrazione è fondamentale, e si tratta di un dato derivante dalla sua formazione: “Ero appassionato di cinema, fin da piccolo, amavo gli spaghetti western. Ma soprattutto amavo libri e fumetti: da lì, credo, deriva la mia inclinazione verso il raccontare storie”. Trasformare questa inclinazione in una professionalità, però, non è semplice, richiede impegno, pratica assidua – “fare il regista è come fare il pianista” – e, sorprendentemente, Manchevski va contro il suo stesso passato, e conclude avanzando qualche dubbio sulle scuole di cinema: “Ci sono pro e contro. In genere costano davvero troppo, e con l’abbattimento dei prezzi l’accesso alle strumentazioni non è più così arduo. Inoltre, spesso nelle scuole si finisce per ricevere consigli da chi non sa assolutamente cosa sta dicendo. D’altro canto, frequentare una scuola di cinema significa avere l’occasione di fare cinema, e di confrontarsi con gente appassionata e piena d’iniziativa, i propri compagni di corso. Quello, sì, è davvero importante: perché l’unico modo per diventare un regista è girare, girare, girare“.

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