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L’economia dei sentimenti per Silvio Soldini

Silvio Soldini incontra a Roma i giornalisti in occasione dell’uscita del suo nuovo film “Cosa Voglio Di Più”, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Berlino. Assieme al regista sono presenti la sua sceneggiatrice storica Doriana Leondeff ed il cast al completo, in cui spiccano i protagonisti Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston e Teresa Saponangelo.

Il film fotografa l’amore ai tempi della crisi?
Soldini: Difficile dire di no. Questo film nasce dall’esigenza di approfondire un discorso che ho intrapreso con “Giorni E Nuvole” e che molte persone volevano che portassi avanti. Ho così iniziato a pensare a come continuare quel discorso fino a quando un giorno una mia amica mi ha raccontato la sua storia ed è scattata la scintilla per il film.

Favino: La cosa più difficile è stata intercettare senza retorica un ambiente sociale che al cinema viene spesso visto in maniera pietistica. Nello sguardo di Soldini non c’è mai pietismo verso questi personaggi, semmai delicatezza. In fondo quello della crisi è solo uno dei temi. È un film a più strati: non una storia sul tradimento, ma sulle qualità diverse dell’amore, quello coniugale e quello passionale. Il film indaga su quanto le difficili condizioni pratiche possano a volte determinare le possibilità emotive delle persone. È orribile pensare che ci si può permettere di provare delle cose solo se si ha una certa condizione economica. La cosa bella è che per la prima volta personaggi così ordinari si trovano a vivere una passione da copertina dalla quale sembrerebbero esclusi a priori.

Saponangelo: È particolare come Silvio affronta questo tema. Spesso al cinema la passione è rappresentata come una possibilità di miglioramento e di affrancamento dalle frustrazioni familiari, ma è qui vista anche nei suoi aspetti distruttivi e punitivi. Il contesto del motel dove si consumano questi incontri è angosciante e squallido. Non è certo lo sfondo migliore dove vivere un amore così forte e puro. Soldini ha toccato delle pieghe del tradimento per nulla scontate e romantiche.

È stato difficile girare le scene erotiche?
Favino: Se avessimo avuto imbarazzo non avremmo girato il film. La maestria e la grazia di Silvio sono state determinanti per andare oltre e permettere a me e ad Alba di superare le nostre pruderie. La cosa importante era far vedere come questi incontri costruivano a poco a poco la trama di un rapporto. Il fatto che i personaggi avessero le mutande o no era secondario.

Vi siete ispirati a “Breve Incontro” di David Lean?
Leondeff: Ho una grande passione per le storie in cui il treno è un luogo deputato. Mentre scrivevo la sceneggiatura non ho pensato al film di Lean, ma evidentemente qualche traccia è rimasta dentro, nella descrizione degli incontri fugaci, nel pendolarismo della passione, nel fatto che i protagonisti hanno un giorno fisso a settimana per vedersi. È un film che ho amato molto e mi sembra che anche questa storia, nonostante si consumi su sfondi così poco glamour, sia profondamente romantica.

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Cosa ci dite riguardo al finale? Era l’unico possibile?
Leondeff: Tra la pagina scritta e la vita sullo schermo c’è sempre uno scarto che ti sorprende. È senza dubbio un finale aperto: non è detto che l’orizzonte di Anna si richiuda nuovamente, non sappiamo se lei tornerà da Alessio come se nulla fosse successo. Mi auguro che l’esperienza le serva per fare uno scatto nella sua vita.

Soldini: Non so se fosse l’unico finale possibile, di certo lascia nella mente dello spettatore delle tracce su cui riflettere ben oltre l’uscita dalla sala. I film che si dimenticano subito sono proprio quelli che non mi piace vedere e che, di conseguenza, cerco di non fare.

Rohrwacher: Non vedo nel finale un ritorno alla sua vita passata ma un cambiamento, qualcosa in divenire. Uno sguardo sul futuro che non si sa dove la porterà.

Nel delineare i personaggi come avete affrontato il rapporto tra immedesimazione e distacco?
Rohrwacher: È stata un’esperienza totalizzante, viscerale, per me e per tutti quelli coinvolti sul set. Ad un certo punto ci eravamo così identificati in Anna e Domenico che Pierfrancesco ed io ci trovavamo a discutere sulle scene come se difendessimo noi stessi e non i personaggi protetti dalla sceneggiatura. Arrivavamo a porci dei problemi che sembravano riguardarci direttamente. Questo è avvenuto perché eravamo supportati da un gruppo di lavoro solidissimo.

Favino: Spesso litigavamo come due che stanno davvero insieme! Silvio ti porta ad entrare nelle cose con meticolosità ed attenzione ad ogni singolo dettaglio. È stato molto faticoso essere generosi nei confronti di una storia così violenta da un punto di vista emotivo. E c’è un momento in cui tra distacco razionale ed abbandono tu non sai più chi sei, perché lavori sul personaggio con i tuoi veri sentimenti.

Soldini: Al di là della storia apparentemente banale, questo film racconta cose così piccole ed intime che il clima che si creava sul set era determinante per la riuscita di ogni scena. La scommessa era tutta nel modo di raccontare una storia così ordinaria fotografando minuziosamente i dettagli della quotidianità.

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