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L’irreale realtà della violenza

Si dice sorpreso, Shinya Tsukamoto, del fatto che il suo Tetsuo The Bullet Man sia in concorso a Venezia. Non è sicuro che questo evento sia significativo di un vero riscatto del cyberpunk agli occhi della cultura mainstream, ma si rende conto che, a distanza di vent’anni dal primo Tetsuo, “cyberpunk” non abbia più lo stesso significato, né lo stesso pubblico, di una volta.
I produttori Shin-Ichi Kawahara e Masayuki Tanishima accompagnano Tsukamoto e il suo attore Eric Bossick in conferenza stampa.

Sebbene il film sia una produzione interamente giapponese, la transnazionalità, non solo per ciò che concerne la lingua (inglese) ma anche per la struttura narrativa del film, è la formula che caratterizza The Bullet Man: anni di richieste di un terzo Tetsuo da parte di produttori ed estimatori statunitensi hanno lasciato la loro impronta, e Tsukamoto sostiene che l’idea a monte del film sia stata quella di un episodio tutto girato negli Stati Uniti. Il regista ha infine deciso di rimanere a Tokyo per la sua ancora attuale essenza di città cyberpunk.

Alla domanda se ci sia un divario tra la poesia e la violenza spesso compresenti nei suoi lavori, Tsukamoto risponde che in una città pacifica come la Tokyo di vent’anni fa, la violenza era più che altro una fantasia, scatenata dal desiderio e dal divertimento del pubblico nell’assistere a un evento del tutto irreale – con l’aumento della brutalità nel mondo reale, però, è necessario approcciarsi alla violenza-per-finta con cautela.

Eric Bossick, Anthony nel film, si dice felice della sua esperienza con un regista attento alle proposte degli attori come Tsukamoto; non è altrettanto felice di essersi dovuto sottoporre a due ore di trucco prima di ogni scena, spesso con con gli occhi e il naso completamente bloccati, e la possibilità di respirare unicamente da uno spiraglio lasciato alla bocca.

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