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L’Italia che non legge

Fuori concorso nella sezione Controcampo Italiano abbiamo visto il nuovo documentario di Elisabetta Sgarbi “Se Hai Una Montagna Di Neve, Tienila All’Ombra”, viaggio – inchiesta sullo stato della cultura nel nostro paese. Alla conferenza stampa, oltre alla regista e ai suoi due collaboratori ed intervistatori, il filosofo Eugenio Lion e lo scrittore e regista Edoardo Nesi, erano presenti Franco Scaglia, presidente di Rai Cinema che ha commissionato il film, e Mario Resca del Ministero dei Beni Culturali, il cui intervento è stato ampiamente contestato.

Quante ore di girato sono state accumulate durante questa indagine?
Elisabetta Sgarbi: È stato un viaggio molto lungo da Nord a Sud, dalla punta estrema della Sicilia ai luoghi nel ferrarese dove sono cresciuta, passando per il centro Italia. In tutto 150 ore di girato da cui ho tratto una prima versione di 2 ore. Data la varietà delle persone intervistate e delle risposte, è stato necessario operare una sintesi ulteriore pur salvando le immagini di luoghi, paesaggi ed architetture che accompagnano il film e che rappresentano gli argomenti di cui finora mi sono occupata con il mio cinema.

Parlare di cultura può essere fatalmente sintomo che la cultura sia morta?
Eugenio Lion: Non so se sia morta, ma di sicuro è una parola scivolosa, una parola passepartout che si usa per indicare tante cose diverse ma nessuno sa darne una definizione. Sedimentata nel suo significato resta l’idea che sia qualcosa che ha a che fare con la tradizione. Dove il film ha superato le nostre aspettative è stato nel vedere l’effetto di questa parola sulla faccia degli intervistati, sia quelli presi per la strada che gli intellettuali appartenenti al mondo culturale. Leggere sui loro volti sorpresa, esitazione, ritrosia o paura è rappresentativo del rapporto che hanno con la cultura stessa e di conseguenza dello stato della cultura in Italia.

Cosa avete scoperto stando dalla parte degli intervistatori?
Edoardo Nesi: Abbiamo scoperto che mettere il dito nella piaga provoca dolore. In Italia tutti danno grande importanza alla cultura ma nessuno legge. Quando facevamo a tutti le stesse domande su cosa fosse la cultura e che senso avesse un’indagine del genere ci interessava svelare quello che in fondo già intuivamo, l’idea che la cultura sia qualcosa che si fa quando si ha tempo. Il fatto che quest’idea sia tanto diffusa è un problema che abbiamo potuto toccare con mano.

Credete sia possibile fare cultura nell’Italia di oggi con un governo non favorevole alle politiche culturali?
Nessuno risponde direttamente alla domanda. Mario Resta dei Beni Culturali prende la parola sciorinando un autoreferenziale panegirico sull’operato proprio e del Ministero. Il moderatore chiede di passare alla domanda successiva nell’imbarazzo generale.

A questo punto è d’obbligo chiedere alla regista che cos’è per lei la cultura e che idea si è fatta alla fine del film?
E.S.:
Non oserei mai dare una definizione di cultura tanto è vero che non mi sono auto-intervistata. Credo che il bellissimo titolo, tratto dall’ultima raccolta di poesie di Tito Balestra, sia esplicativo. Quando abbiamo chiesto ad un barcarolo su un fiume che cosa dobbiamo fare per conservare la memoria di ciò che è stato fatto in passato, anche lui ha risposto con il detto popolare secondo cui “se hai una montagna di neve, tienila all’ombra”. In questo detto c’è l’idea della cultura come qualcosa di fragile, qualcosa che viene accumulato nel tempo ma può cadere nell’oblio. Avere cultura non significa sapere o ricordare tutto: cultura è quello che si fa e si conquista, qualcosa di molto bello che va custodito per non rischiare che vada perduto. Non volevamo dimostrare una tesi precisa, ci siamo lasciati guidare dai volti e dalle risposte delle persone che abbiamo incontrato e che costituiscono le tappe del nostro viaggio.

All’inizio Eco fa un’analisi della cultura in termini antropologici come insieme dei comportamenti e dei costumi di una comunità. Poi il film prende una piega che riduce l’indagine alle scarse abitudini letterarie degli italiani. È voluto che si parli tanto di letteratura e così poco di cultura come arte o come usanze tradizionali?
E.S.: Come si evince dalle didascalie ci interessa capire se le persone leggono o non leggono soprattutto nella prima parte, ma nella seconda approfondiamo la questione in direzioni differenti. Abbiamo raccolto molti riferimenti all’arte o al cinema ma se avessimo montato ogni cosa avremmo ecceduto nel format. A me interessava capire che cosa fosse la cultura per le persone, intellettuali e non, che ho incontrato durante questo viaggio: sono loro che hanno fatto il film.

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