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L’ospite inquietante: viaggio nell’ombra umana

In occasione della proiezione del suo ultimo film “Nelle Tue Mani”, incontriamo il regista Peter Del Monte che in compagnia dei protagonisti Kasia Smutniak e Marco Foschi si concede al fuoco incrociato delle domande in conferenza stampa.

Come mai un film come questo, con un regista noto e apprezzato come Peter Del Monte, non ha ottenuto finanziamenti?
Noi nello specifico non abbiamo chiesto né allo Stato né alla Rai. Al festival di Torino ho gia rilasciato delle dichiarazioni riguardo a questa faccenda. Va però preso atto che, anche se con un budget ridotto, i produttori si sono esposti in prima persona, con soldi propri, cosa che non succede quasi mai in Italia.

Perché ha voluto declinare anche religiosamente la differenza fra Teo e Mavi, l’uno ebreo, l’altra cattolica?
Non ho voluto mettere a confronto le religioni rifacendomi ad un’attualità che non mi interessava. Ho voluto associare a Teo un background ebraico perché io sono ebreo e quindi sono cose che un po’ conosco.
Parlando di un film che ultimamente mi è piaciuto molto, direi che per Teo, astrofisico, uomo razionale, che ha bisogno delle piccole certezze quotidiane, questo impatto con Mavi che rappresenta l’incognita assoluta, l’ignoto, è il suo viaggio “into the wild” (riferendosi all’omonima pellicola di S. Penn, nda), solo che lui non ha bisogno di andare in Alaska per misurarsi con le terre selvagge dell’amore.
Al nostro film associo questa frase presa dal film di Penn: “Se c’è la possibilità che la ragione governi completamente la vita, non ci può essere più vita”.
Il caos fa parte della vita e tanto più fa parte dei misteri del cosmo su cui lui indaga.

Ha voluto puntare l’attenzione sulla disgregazione della famiglia nel suo film?
Tutto questo c’è, ma mentirei se dicessi che era l’intento che mi ha spinto. Fare il piccolo affresco sociale dell’Italia non rientra nelle mie corde.

Come giustifica la scelta di un’attrice con un’espressione molto dolce come la Smutniak per la parte di una donna che dovrebbe esprimere l’esatto contrario?
Mi interessano i contrasti. Avendo scritto di un personaggio così violento, avevo al tempo stesso bisogno di un’altra spia, di un altro segnale. In Kasia ho intravisto la possibilità di esprimere un appello segreto, una richiesta inascoltata.

Come ha costruito i personaggi: partendo da Mali o da Teo?
Io parto spesso dal maschile, parto da me. Racconto personaggi stabili, sicuri nel loro ruolo, che vengono sconvolti dall’arrivo dell’inaspettato. Io stesso ho una fascinazione per personaggi inquieti, disturbati. Fa parte delle mie cattive inclinazioni.

Come nasce una storia così difficile, così forte?
Oggi si fanno i film mossi dall’indignazione. Una volta si veniva spinti dall’indefinito, dall’istinto. Io amo il cinema astratto, non definibile, come amo gli attori astratti.

Come mai si trova spesso nei suoi film questa follia tragica, che si tira dietro drammi pregressi?
A me non piace il modo con cui viene affrontata la figura femminile nel cinema italiano. Viene spesso trattata con un atteggiamento adolescenziale. Credo sia finito il periodo in cui si parlava della donna ponendola su di un piedistallo. Le donne vanno guardate per quello che sono: un misto di luce e tenebra.
La maternità, per esempio, andrebbe vista non solo come un approdo di rassicurazione, ma anche come portatrice di una zona d’ombra latente che se non controllata può deflagrare. Penso che sia arrivato il tempo di chiamare le cose col loro nome. Per l’uomo si sanno definire un buon numero di patologie, di comportamenti…per le donne si dice solo: questa è pazza.

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