Home > Interviste > L’uomo senza identità

L’uomo senza identità

“Nowhere Man” è uno dei più peculiari episodi della Rassegna indipendente della Giornata Degli Autori. Unico, in questo contesto, a rappresentare la produzione cinematografica belga, tratta un tema invece caro alla letteratura italiana, ovvero quello della fuga dalla propria identità, del fallimento di questa fuga, e del successivo ritorno, non privo di problematiche conseguenze. Splendide interlocutrici, Patrice Toye e l’attrice protagonista Sara De Roo, si concedono in modo genuino ed informale e ci raccontano aneddoti, punti di vista, e le loro verità sul percorso che hanno attraversato per arrivare alla forma definitiva di “Nowhere Man”.

La riflessione sul film per noi è cominciata dalla ricerca della parola Waomoni, che abbiamo scoperto significare “essere umano” nella lingua indigena dell’isola (il Wao Tiriro). Implica che il gesto di fuga di Frank/Tomas lontano dalla sua identità sociale corrisponda poi ad un viaggio verso una consistenza umana più primitiva?
Patrice Toye: a dire il vero non eravamo a conoscenza di questo significato della parola. Non era nostra intenzione implicarlo ma se ti raccontassi il motivo per cui l’abbiamo utilizzata non è molto distante. L’isola dove si ambienta la fuga del personaggio si chiama Barbuda, facente parte dei Caraibi orientali. Ma agli abitanti del posto non piaceva essere identificati con questo nome, di derivazione colonialista, poiché furono gli inglesi ad attribuirglielo. Per questo abbiamo indicato il luogo per il suo nome nella lingua autoctona, Waomoni appunto. Il nome è di origine indiana e tutti sappiamo che i nomi indiani portano con sé un significato importante. Adesso grazie a voi lo abbiamo scoperto!

Come mai avete scelto un’isola dei Caraibi? Cosa vi ha colpito di Waomoni in particolare?
Patrice Toye: la sua storia. Le persone che ci vivono hanno fatto di tutto per resistere alle dinamiche del turismo aggressivo tipico della zona caraibica, che avrebbe portato a cedere per un pugno di sabbia il loro territorio. Purtroppo dentro l’isola ci sono poche risorse, e l’unica apprezzata, come l’oro potrebbe essere per l’Africa, è proprio la loro sabbia, svenduta a quantità industriali per prezzi ridicoli. Svenderla per la loro sussistenza è il risultato del ricatto alle loro necessità; con quella bellissima sabbia vengono allestite le spiagge turistiche di grande attrazione come quella di Antigua. Ciò che umanamente colpisce della loro storia è che questo commercio sta facendo scomparire l’isola nell’oceano. Forse già tra due o tre decadi in teoria Waomoni potrebbe già essere scomparsa.

Quindi il personaggio di Frank/Tomas esce dalla sua civiltà e acquisisce una sorta di cittadinanza in un mondo nuovo. Giusto?
Patrice Toye: esatto. È per quello che nel film gli viene detto “L’unica attrazione qui sei tu”. Lui viene lasciato solo, gli abitanti lo lasciano stare; è la caratteristica di quel popolo, e rappresenta anch’esso un segno di integrazione. I popoli caraibici tendono al comportamento “sto per conto mio, se ho fame vado a prendermi un pesce con le mie mani, se hai un problema è un problema tuo”… Lasciato in questa condizione Tomas capisce che il suo sogno è svuotato di ogni senso: non riesce a trovare un posto dove stare, fatica a trovare un lavoro che risalta il suo essere passivo. Quando decide di cambiare, allora ritorna ad essere un personaggio attivo, parziale autore del suo destino. Ma è un percorso, per cui deve prima esperire la sofferenza.

Probabilmente in Italia esiste una cultura, peraltro della letteratura del XX secolo, preparata ad una trama che mette in discussione la persona, l’identità psicologica, e il suo ruolo sociale. Vi aspettavate un riscontro della critica positivo, come in effetti si sta dimostrando?
Patrice Toye: oh davvero? Abbiamo sentito cose buone, ma non abbiamo nessun dato reale. Il fatto è che è bellissimo essere a Venezia, specialmente in questa Giornata Degli Autori. Sentiamo un pubblico attento e vicino al nostro tipo di lavoro, intenditori esigenti e allo stesso tempo mentalmente aperti. È bellissimo sentirsi riconosciuti qui. Vorrei ambientare in questa occasione il mio prossimo film.
[PAGEBREAK] Come è stato mettere in scena i personaggi di questa storia?
Sara De Roo: La mia formazione deriva soprattutto dal teatro. Contrariamente alla consuetudine cinematografica di fare molte prove per le riprese, discutiamo molto sui testi, sulla sceneggiatura, sul percorso psicologico dei personaggi. E poi concentriamo sulla scena lo sviluppo delle loro spontaneità e delle loro identità di carattere.

Quale caratteristica del personaggio di Sara trovi sia stata la sfida più intrigante per te?
Sara De Roo: Il fatto che si chiamasse come me! (risate, ndr) A parte gli scherzi, devi sapere che io e Patrice siamo molto amiche e abbiamo condiviso la costruzione sia della storia, che del mio personaggio. La parte più dura è stata sicuramente quella di sviscerare la nostra esperienza di vita ed i punti di vista, per arrivare all’accordo su come il film si sarebbe dovuto concludere, sulla parte in cui Tomas è morto per il mondo e succube del mio personaggio.
Patrice Toye: Devi sapere che siamo davvero amiche, e la condivisione è un fattore importante nelle confessioni tra donne. La sua bravura, la nostra complicità e amicizia rende possibile un lavoro di scavo nelle nostre esperienze che sfocia in storie e soluzioni che crediamo originali e significative per chi le vivrà sullo schermo. Lo sviluppo del plot narrativo viene dal confronto di esperienze tra persone, fino ad arrivare al domandarsi il perché di ogni scelta, azione o gesto del personaggio che agisce in una determinata scena. Così si capisce veramente perché stai facendo quello che stai facendo, e perché passi dal personale a una sfera più universale e condivisibile da un pubblico di varia estrazione e gusti.
Sara De Roo: Devi arrivare a quel punto in cui non ti senti più orgogliosa di quello che sei, e imparare a usare proprio quello per esprimere le imperfezioni o i lati più peccaminosi, imprevedibili e, di conseguenza, intriganti del personaggio che metti in scena. Perché è distaccato da te, e proprio per questo parte del superamento della propria soggettività. Così sei vulnerabile, quindi autentico.

Parlando delle musiche, ho notato che raramente utilizzate melodie (lo score è di John Parrish), quanto più ambience rumoristico in cui si distingue la vita dei personaggi e le loro emozioni dal loro respiro.
Patrice Toye: è una scelta, ovviamente, sia quella di John Parrish, sia quella di tratteggiare quei momenti con suoni, rumori, respiri, oppure col silenzio. Come sai anche il battito cardiaco stesso è probabilmente l’origine inconscia del nostro concetto di ritmo, così il respiro gli somiglia.
Sara De Roo: la parte sonora è stata molto ben meditata, ed è organica nel suo modo di risaltare, immergere, spingere situazioni, oppure di parlare attraverso il silenzio. Pensiamo alla scena in cui Tomas e Sara si incontrano di nuovo dopo cinque anni. Nessun rumore quando lui scende le scale circolari, nessuno nemmeno quando i loro sguardi si incontrano. Niente fanfare, niente orchestre drammatiche, solo l’anima dei due sguardi, lasciando gli attori gestire il loro spazio nella scena, senza mai strafare con l’intensità.

È sempre un bene per voi lavorare insieme? Non ci sono disequilibri, anche in quello che siete in grado di pretendere da voi stesse, derivanti dal fatto di essere amiche e di aver già lavorato insieme?
Patrice Toye: Noi faremo assolutamente qualcosa di nuovo insieme. E quando anche avremo problemi vedremo insieme come ne usciremo. L’onestà nel lavoro è una delle condizioni migliori in cui operare.
Sara De Roo: e tra noi l’onestà c’è.

Scroll To Top