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Approda al suo secondo tentativo di regia in solitaria Daniele Ciprì, ottimo direttore della fotografia ormai affermato a livello europeo, e che i più cinefili tra voi ricorderanno per i suoi precedenti lavori con il suo (ormai ex) sodale Franco Maresco. Il suo precedente “È stato il figlio” era stata una delusione: interessante dal punto di vista visivo ma molto pasticciato a livello di scrittura. Ci riprova ora mantenendo sempre l’atmosfera grottesca che caratterizza i suoi lavori, e con un cast d’eccezione.

Armando (Rocco Papaleo) è un povero disgraziato, buono ed ingenuo, appena uscito di prigione dove ha scontato ventisette anni di pena ingiustamente. Oscar (Sergio Castellitto) è un avvocato losco e truffaldino che si guadagna da vivere inscenando falsi incidenti. La vita, nei metaforici panni di un cane arruffato. li farà incontrare nel bar della dolce Carmen (Valeria Bruni Tedeschi). Ne nascerà un’improbabile amicizia, inizialmente a scopo d’interesse — Oscar intravede l’occasione di far soldi aiutando Armando ad intentar causa allo stato per risarcirlo della sua ingiusta prigionia —  ma poi ognuno imparerà qualcosa dall’altro.

Non si può dire che non ci provi, il buon Daniele Ciprì, a fare un cinema che si discosti dal canone delle produzioni nostrane contemporanee. I suoi stralunati personaggi si muovono in un non luogo (ricostruito tra Cinecittà e la periferia romana) al di fuori di ogni collocazione temporale. La fotografia desaturata e gli ambienti spogli e devastati ci trasmettono la solitudine di un personaggio, Armando, abbandonato da tutti, e quindi solo come (o con) un cane.

Ci sono citazioni e rimandi sparsi in tutta la pellicola, si cita la vecchia commedia all’italiana e i numi tutelari della commedia americana, con richiami a Mel Brooks (a  “Frankenstein Jr.”  si fa palesemente riferimento in una scena) e Frank Capra (la divertente arringa finale di Oscar ricorda quella di “Mr. Smith va a Washinghton”). Tuttavia lo script, nel suo continuo cambiare di tono e direzione dalla denuncia sociale alla commedia slapstick al giallo, non riesce a trovare un buon equilibrio tra le parti, rimarcando quella sensazione di confusione già presente, anche se in maniera molto, in “È stato il figlio”.

Pro

Contro

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