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La catalessi dello spettatore

Mi sono sempre chiesto: ma quando un regista gira un film che poi si rivela una ciofeca, e soprattutto quando questo regista è uno bravo, perché altrimenti la questione neanche si pone, questo regista, dico, se ne accorge che sta girando una ciofeca? No, perché se non se ne accorgesse, tipo in questo caso, allora dovrei credere di aver conferito troppa fiducia nelle capacità elementari di un autore che in altri casi ho stimato. Certo, Danny Boyle è sempre quello di “The Millionaire”, che ancora mi sanguinano le orecchie e gli occhi e mi viene il mal di stomaco per la melassa, ma è anche quello di “Trainspotting” e il rivitalizzatore dello zombie horror come della fantascienza metafisica.

“In Trance” è (dovrebbe/vorrebbe essere) un film a scatole cinesi, con una messinscena che maschera anziché rivelare, così come i personaggi, attraversati da strati e strati di coperture che lo spettatore è chiamato a svelare. Un procedimento molto caro al cinema contemporaneo, tanto da essere diventato un abuso, specie se poggiato sul nulla. È così che, alla fine del primo tempo, la partenza folgorante e adrenalinica comincia a consumare tutto il suo carburante in reiterate opposizioni tra realtà e ipnosi che finisco per sfiancare il film.

Boyle imbroglia intreccio e piani narrativi, ricorrendo anche all’alternarsi dei punti di vista, ma ogni complicazione non fa che rendere il film sempre più macchinoso. Nasce così il sospetto che il garbuglio barocco sia prodotto solo a danno dello spettatore, per rincoglionirlo al punto da spacciargli per laboriosità strutturale (quella che è in effetti) una groviera narrativa. E non serve lo sprint cinetico del montaggio per celare che dentro, il film, è tutto plastica.

Ad aggravare la situazione ci si mettono i personaggi, poco convincenti che vanificano un cast sulla carta eccellente: ma è difficile essere credibile quando si è costretti a recitare determinate battute e quando si ha a che fare una sceneggiatura che di colpo di scena in colpo di scena (si fa per dire) smonta qualsiasi coerenza psicologica. Generando una collisione tra personaggi e intreccio e riversandosi di continuo in varie scatole concentriche il film arriva all’ultimo mistero in totale solitudine, smarrendo lo spettatore per strada. Sarebbe infatti impossibile per noi giungere alla comprensione dell’incognita di base – generata peraltro da una buona dose di caso – senza il lungo spiegone del personaggio della Dawson, che non serve tanto a “rileggere” in una diversa prospettiva sequenze cui abbiamo già assistito, ma a commentarne nuove che “risolvono” il mistero trainando informazioni assolutamente che lo spettatore n on poteva conoscere, chiudendolo di fatto fuori dal suo gioco. In altre parole Boyle chiede la nostra attenzione, promettendoci una sfida narrativa che non possiamo vincere perché il gioco è truccato.

Sono questi due elementi a generare la noia che fa capolino a metà film, generando un altro grande mistero.

Come si fa, infatti, a non salvare un film nel cui secondo tempo hai Rosario Dawson più volte nuda e una volta pure in full frontal, creando di fatto una nuova categoria di ossimoro? E qui pongo la stessa domanda che ponevo per il regista: perché un’interprete degna di stima come la Dawson si concede tanto in un tale pastrocchio, infilandosi in una scena di rasatura inguinale ad alto tasso di ridicolo? Il nudo gratuito è di per sé la tomba per un film, ma ancora peggio è il nudo che intende dichiararsi metafora di qualcos’altro, risultando alla fine nient’altro che freudismo un tanto al chilo per giustificare il pelo (depilato).

Molto meglio ha fatto Tornatore con un film simile non solo per l’ambientazione d’aste ma anche per la trama a incastro con misteri “matrioskici”. A Boyle, invece, il film sfugge di mano avvitandosi in un moto centripeto che lascia allo spettatore una risposta obbligata al leit motiv della storia: “Se tu potessi, dimenticheresti?“.

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