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La città dei cani

Dogville, la città dei cani. Lars Von Trier, un regista che al pari di Kubrick vede la natura dell’uomo con pessimismo. Il quadro che ne esce è presto descritto: tra i pochi davvero abili a farlo nel ramo dell’odierno, sterile e cerebroleso, panorama del cinema d’autore, Lars Von Trier unisce sceneggiature e scenografie intrise di dettagli multisemici, arrivando a fare della storia di un film una parabola della perversione. Su questo paradosso psicotico si regge in fondo una gran parte del vivere in società e del malessere che consegue nel convivere con le sue regole.

Il film si presenta come un romanzo suddiviso in un prologo e nove capitoli; l’accesso alla visione tramite questa grammatica particolare prepara lo spettatore alla visione di un film in cui persino i nomi di cose o persone sono richiami simbolici, semplici ironie talvolta, forti indizi e chiavi di lettura in buona parte dei casi. All’inizio del prologo lo spettatore medio è spiazzato dal linguaggio mentale della regia: Dogville è sì una piccola cittadina americana, arroccata sulle montagne rocciose, che attraversa con relativo distacco la depressione degli anni ’30.

Ma per vederla si richiede già allo spettatore uno sforzo, un credito da concedere, una fiducia da elargire: il set dove l’intero film si svolge è una sala di media grandezza, al chiuso, dove al posto di case ed edifici si vedono confini tracciati per terra col gesso; dall’alto è come vedere una piantina topografica di una città. Hanno forma concreta solo l’essenziale dell’arredamento, e gli elementi più importanti e significativi delle costruzioni. La misura del tempo è scandita in una ciclicità tipica di chi pratica una vita di sussistenza. Routine legate alle stagioni, ai raccolti, vita sociale dove tutto è pubblico sotto gli occhi di tutti, dove ognuno ha il suo ruolo e i propri finti segreti, e tutti in un modo o nell’altro provvedono al benessere generale. L’ultima famiglia in termini di utilità al pubblico è la famiglia Edison, costituita dal dottore Tom Edison Sr., la cui saggezza è ironicamente azzoppata dalla sua ipocondria, e Tom Edison Jr., l’anti-protagonista di questa vicenda. Nel villaggio primitivo e ignorante, Tom Edison è il sofista che vuole portare un po’ di “luce”, come il suo omonimo inventore della lampadina. È uno scrittore fallito, che non è riuscito a scrivere altro che le parole “piccolo” e “grande” sulla pagina iniziale del suo libro, incapace di intravedere sfumature nel mezzo di due opposti. Limitato nella sua intelligenza, semplicistica come un interruttore acceso/spento, si bulla della primitività dei propri concittadini traendo soddisfazione narcisistica dalla sua capacità oratoria. Tom è il classico predicatore dell’oratorio che la domenica mattina chiama i compaesani in parrocchia per esaminare le coscienze di tutti, per guidare le anime prive di un vero e proprio pastore, con le sue semplici verità astratte e l’autocompiaciuta consapevolezza che nessuno sia comunque in grado di muovere obiezioni che lui non sappia ribattere con frasi tipo “Dovete superare il vostro egoismo. Aprite i vostri cuori e fate entrare chi ne ha bisogno. Questo è accettare”.

Il problema di accettare all’interno di quell’ambiente chiuso ed autosufficiente si pone quando, in seguito a circostanze inquietanti come il rumore di spari lontani, sopraggiunge una bellissima donna a Dogville, preoccupata da una forte necessità di nascondersi da dei “gangster” che la cercano, e dalla storia misteriosa che non vuole rivelare per il bene delle persone che abitano in quel villaggio. Tom, affascinato da lei, decide di radunare gli abitanti, già pronti all’ennesimo straziante sermone, per sconvolgere la loro vita da provinciali isolati con l’ingresso di un nuovo membro nella comunità.
[PAGEBREAK] La donna si presenta con il nome di Grace, un nome che ispira una misura perfetta, classica (la grazia). Grace è empatica verso il disagio dell’estraneità evidente negli sguardi degli altri, crea ponti con ciascun abitante per ottenere la benevolenza, vede nella semplicità corrotta di Dogville un’idealizzazione della semplicità, della bellezza primitiva, lontana dalle sofisticazioni del mondo moderno. Dogville le sembra qualcosa di puro, simile al mito dell’età dell’oro. Per due settimane si prodiga ad aiutare questa gente di cui subiva il fascino idealistico, a conoscerla meglio e a scoprirne i difetti trasformandoli in virtù. Non è un compito facile: le persone che vivono a Dogville hanno evidenti handicap, limiti, difetti, che tendono però, con narcisismo autarchico, a negare. È Grace allora, nel tentativo di rendersi indispensabile, che con tutta la buona volontà accontenta desideri superflui, offre servizi non indispensabili, che portano un miglioramento della qualità della vita dal precedente stato di sopravvivenza in cui la comunità si trovava. Sedotti, acconsentono a farla diventare una di loro.

Proprio nel bel mezzo dell’idillio, dentro una comunità senza sindaco, senza parroco, senza giudice, senza autorità, arriva un poliziotto che affigge sul muro una foto di Grace, prima indicandola come scomparsa, qualche settimana dopo come ricercata. Per quanto sicura dell’innocenza di Grace, la comunità reagisce chiedendo un tributo alla donna in cambio dell’omertà: servigi più duri, paghe più misere, severità maggiore, infine ricatti. “Dogville è marcia fino al midollo”, era l’avvertimento di Chuck, coltivatore di mele anche lui fuggito molti anni prima dalle grandi metropoli. Usando la denuncia come minaccia per ricattare Grace, inizia una spirale di abusi sessuali, crudi e violenti di cui finiscono con l’approfittarne tutti i paesani maschi (fatta eccezione, ovviamente, dell’innamorato platonico Tom che assiste a tutto in silenzio), mentre le mogli ricorreranno a sottili umiliazioni convinte che sia lei l’adescatrice dei loro uomini. Anche il mondo dell’infanzia, rappresentato da uno stuolo di ragazzini figli di Chuck e di una madre puritana, severa educatrice, si rivolta minando l’amorevole equilibrio idealistico della protagonista. Uno dei bambini, Giasone, deprivato durante le lezioni in pubblico del privilegiato contatto corporeo col grembo di Grace, mette in atto comportamenti “cattivi” per essere punito corporalmente, minacciandola inoltre di riferire di essere stato percosso se lei non avesse accettato di punirlo: una stupefacente lezione di disarmante sadomasochismo.
In breve tempo, la reputazione di Grace viene compromessa, calunniata, distrutta. Umiliata, decide insieme a Tom di tentare una fuga da Dogville, affidandosi alla ridicola “industria dei trasporti”, rappresentata in modo ironico da un rozzo e primordiale camionista umile e pieno di vergogna per il suo vizio di frequentare bordelli; il quale, con la scusa di difficoltà impreviste, abusa sessualmente della trasportata nel suo barcollante camioncino durante il viaggio. Come in un romanzo di De Sade, invece che in salvo, alla fine del viaggio si ritrova ancora a Dogville, dove viene schiavizzata con un collare dotato di campanello e una catena legata ad una ruota di metallo troppo pesante da sollevare, a malapena trascinabile su superfici piane, per evitare che lei potesse scappare di nuovo. L’unica persona a cui ormai fa riferimento è Tom, che da tempo le ha confessato il suo amore per lei, concretizzatosi in sofismi inutili, piani andati in fumo per ridonarle una reputazione in pubblico e riflessioni sul desiderio sessuale che non vanno oltre al bacio. Rifiutate le sue avances per l’ennesima volta in funzione di un presunto momento perfetto, messo in discussione nella sua inconsistenza morale, definitivamente offeso, Tom si rende conto che Grace può essere ancora più un pericolo che una benedizione per lui. Dopo tutte le promesse e le dichiarazioni d’amore, vedendosi minato nel proprio ruolo di uomo morale, Tom rivela la presenza di Grace a Dogville ai tanto temuti gangster. I quali arrivano con le loro armi da fuoco e mettono l’intera città in stato di sudditanza. La rivelazione del mistero della protagonista giunge come una indotta catarsi: Grace è figlia di un gangster, di un uomo molto potente che con arroganza decide la vita e la morte delle persone. Trovandosi nelle mani un potere che prima rinnegava e da cui era fuggita, e vedendo Dogville sotto una nuova luce, “un villaggio che per il bene dell’umanità andrebbe cancellato”, ne sentenzia lo sterminio.
[PAGEBREAK] Teatro nel cinema dunque? Non è affatto questa l’intenzione registica di Von Trier, che si avvale comunque dei vantaggi collaterali che un set di questo genere porta: l’attenzione marcata sull’autenticità dei personaggi e sulla loro cruda recitazione. Dogville vi viene presentata da una voce anziana, apparentemente saggia; come il narratore onniscente dei romanzi, va oltre l’intreccio e svela i limiti e gli handicap che nemmeno i vari personaggi di questo dramma sono capaci di ammettere. Una voce che la coscienza tenderebbe a reputare come affidabile. L’assenza di muri nelle case pone lo spettatore, dopo lo sconcerto iniziale, in una comoda posizione di apparente tranquillità-riposo dello spirito critico: tutto è trasparente, senza segreti, raccontato. Quando Dogville viene animata dai suoi istinti più primordiali, dai suoi lati più cupi e depravati, è chiaro il giudizio morale indotto e l’immedesimazione dello spettatore che o simpatizza per la protagonista, o si dissocia/distanzia dal ritratto umano offerto dei suoi carnefici. Grace irrita e seduce anche chi la guarda, per quella sua incrollabile fede nell’umanità, assurda quanto falsa. Che la porta a sottomettersi più di quanto effettivamente sia necessario, a comprendere chi è sadico con lei, ad accettare, a giustificare anche la più abbietta delle azioni. Martirio e sadomasochismo, che generano a loro volta un impulso moltiplicativo alle spinte pulsionali deviate dei perversi suoi carnefici. Ma quando, nel finale, il padre di lei sopraggiunge e inaspettatamente si propone di affrontare Grace a parole, le luci cambiano: anche Grace ha un lato sopito, un’ipocrisia di fondo. La sua capacità di perdonare era il narcisistico preconcetto che tutti fossero inferiori al suo “alto livello etico”. Dissociata nell’io, mentre viveva da vittima la realtà dell’insieme di comportamenti deviati inflitti su di lei, da gelosa di una propria narcisistica onnipotenza immaginava un universo fantasmatico dove la sua superiorità le permetteva di perdonare e farla sentire grande in questo gesto. La sua bontà, era una forma di insubordinata, sottile arroganza. La sua gentilezza, una forma di orgoglioso disdegno che gode dell’approvazione del prossimo come conferma della propria superiorità. Aperti gli occhi su sé stessa, con in mano uno strumento per infliggere il male che lei aveva subito, rovescia il masochismo del suo carattere in sadismo, come in un reale, sano scambio di ruoli. È questo, in finale, l’intreccio che inganna lo spettatore alla prima visione: spettatore prima chiamato a simpatizzare per un personaggio il cui lato oscuro è intravedibile ma deliberatamente oscurato dal regista. Una verità psichica esplicitata alla fine, che graffia e lascia basito il fino a prima credulo testimone di una storia che sembrava una semplice lezione morale. Tale presunzione di sapere dove stavano il giusto e l’iniquo è simile alla pretenziosa arroganza di Grace. Dopo due ore e mezza difficili, la distruzione sistematica di “Dogville”, con il sadismo degno di una vendetta, sembra essere l’unica cosa che può ripagare la violenza introiettata; e come Grace siamo liberi di interpretarla a piacere. Rimane questa rappresentazione teorica dell’animo umano lasciata da Von Trier: sadismo, masochismo, forme dirette o pervertite di controllo esercitate un altro essere vivente, fanno parte di un ciclico movimento al centro del modello proposto.

Da tutto questo, qualcuno ha voluto anche cavare una lettura di aspra critica sociale nei confronti dell’ipocrita ideologia puritana o di un certo tipo di società degradata americana (ben consci che Von Trier non ha alcuna esperienza per parlare di America): seppure un paio di elementi-spia, come la scena della celebrazione del Quattro Luglio e le foto proposte durante i titoli di coda sulle note di “Young Americans” di D. Bowie, potrebbero legittimare questa chiave di lettura, la sconsiglio vivamente. Poiché equivale alla completa stroncatura del film, sostituendo la dimensione astratta e simbolica del suo contesto con una realtà che il regista stesso non conosce. Se il film smettesse di riguardare l’uomo, e andasse ad assecondare le simpatie politiche (ben note) di sinistra di Von Trier, la superficialità intellettuale di un tale gesto inaridirebbero il suo sforzo rendendolo un fallimento totale. Prendendolo invece come opera artistica, “Dogville” è una delle più disturbanti, profonde, e quindi stimolanti, tra le recenti realizzazioni cinematografiche su un’umanità incosciente della propria deriva.

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