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La confutazione di Patrick Hernandez

Mentre Lana Del Rey presenta a Milano il suo nuovo lavoro, non potevamo starcene con le mani in mano. Così, a caldo, ecco cosa ne pensiamo.

Era il 1979 quando la disco impazzava ed un giovincello francese di nome Patrick Hernandez sedeva su una seggiola canticchiando “Born To Be Alive”. Dimenticatelo: nel 2012 c’è Lizzy Grant e stando a quanto dice lei si nasce per morire.
Entrato circa tre anni fa dalla porta dello studio di registrazione, il fenomeno internazionale Lana Del Rey giunge a farsi conoscere anche nella penisola italica con un album che lascia un po’ così. Ma vediamo nel dettaglio.

1) “Born To Die”
Classico è chi classico fa. L’incipit che dà il nome al disco o il disco che dà il nome all’incipit? Ciò che importa è che il primo brano cattura l’attenzione persino di chi “GUARDA, UNA FARFALLA”. La voce cupa e misteriosa ammalia, pure grazie alla base sonora semplice e ben ricettibile dall’orecchio. L’amore – si capisce subito – sarà il tòpos centrale di qualunque cosa.

2) “Off To The Races”
L’atmosfera si colora di oriente e ritmo leggermente r&b, benché il pattern vocale di Elizabeth rimanga perlopiù invariato e i violini siano sempre lì. Si sogna di quartieri cittadini, relazioni umane; però boh, qualcosa di banalotto sta sul fondo in agguato.

3) “Blue Jeans”
Che dire? Una delle canzoni meglio escogitate degli ultimi tempi. La chitarra da duello tra cow boys, le percussioni morbide che cadenzano parole quasi cantilenate e quel “I will love you ’till the end of time” che spacca il cuoricino. I punti persi vengono guadagnati.

4) “Video Games”
Già uscito lo scorso anno in veste di singolo, il pezzo si apre con un duetto di arpa e pianoforte che accompagna nel cammino i toni bui toccati dalle corde della Grant. Violini a gogo e sdolcinatezza a palate, ma la cui combinazione stranamente non infastidisce. Sul finire subentra un rullante che dona un tocco di regalità all’interezza.

5) “Diet Mountain Dew”
Si torna nel ghetto con il coretto iniziale “You’re not good for me” e i ritmi hip-hop che nel ritornello si smorzano leggermente per dare spazio alla solita cifra stilistica à la Lana Del Rey. Niente di speciale, diciamolo con chiarezza.

6) “National Anthem”
Cosa poteva aprire se non UNA SVIOLINATA? Che tra l’altro ricorda la camminata spavalda di Richard Ashcroft, così da lontano.
Si parla di successo e denaro, stavolta: sopra alla ritmica la voce singola si circonda di mille altre (femminili, di rigore) che la sostengono creando un’impalcatura armonica per nulla malaccio. Struttura semplice, tuttavia efficace.

7) “Dark Paradise”
La cosa si fa seria perché si arriva al momento “delusioni d’amore”: Lui non c’è più, nessuno può eguagliarlo e quando lei chiude gli occhi tutto è brutto e triste. Haw, l’amore. I violini non possono mancare e nemmeno la base con le percussioni campionate. Sulla fine c’è movimento che si chiude in modalità Florence + The Machine.

8) “Radio”
Torna la chitarra di “Blue Jeans”, si aggiungono i violoncelli e qualche ritmo pop per fomentare l’entusiasmo. La linea che segue la voce sta per la maggior parte in cantina, il meno in alto possibile; soltanto nel ritornello e nel bridge le frequenze si elevano un pochetto.

9) “Carmen”
Parte un violoncello insieme al pianoforte: è il momento retro, da immaginarsi la Grant negli abiti di una vamp degli anni Trenta. L’eleganza invade la scena, preceduta da qualche campanellino, arpa e VIOLINI. Si palesa persino la lingua francese. Altri punti?

10) “Million Dollar Man”
Sembra la canzone più “normale” del disco, probabilmente perché con quel sapore da piano bar se ne sono sentite già troppe. Insomma, niente di chissà cosa o per cui si siano scatenate rivoluzioni. Passare oltre.

11) “Summertime Sadness”
Chitarra e campane, di nuovo. Amore, morte, baci, però in estate. Ritmo pacato, che fa davvero il verso alla caldazza estiva. Rullante che si camuffa sotto un velo mainstream e ritornello caruccio.

12) “This Is What Makes Us Girls”
Ecco che in chiusura giunge il femminismo di Lana Del Rey. Non cambia granché in quanto a impasto melodico né ritmico, nella tematica al contrario sì. I sussurri che precedono l’ultima strofa desterebbero gli ormoni di un manichino, quindi se siete quel genere di ascoltatore ascoltate benissimo.

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