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La cultura e la politica secondo Roberto Andò

In piena awards season, con i frequentatori di sale impegnati a dibattere sul citazionismo cine-musicale di Tarantino o ad accapigliarsi sulla questione Bigelow sì / Bigelow no, il 14 febbraio arriva al cinema la commedia politica “Viva la libertà” di Robertò Andò, tratta dal romanzo dello stesso regista vincitore l’anno scorso del Premio Campiello Opera Prima. Il tempismo ha una sua logica perché se è vero che il 24 febbraio a Los Angeles si celebra la notte degli Oscar, qui in Italia nello stesso giorno gli elettori saranno chiamati alle urne.

Nel film di Andò il segretario «del principale partito d’opposizione», Enrico Oliveri (Toni Servillo), sente di colpo sulle spalle il peso di troppi anni trascorsi a praticare un’attività politica ormai svuotata di senso e di possibilità di azione. Quando scompare senza lasciar tracce, l’assistente Bottini (Valerio Mastandrea) e la moglie Anna (Michela Cescon) chiedono aiuto al fratello gemello di Enrico, un importante filosofo vissuto da sempre sotto pseudonimo – si fa chiamare Ernani – e appena dimesso dopo una lunga permanenza in clinica psichiatrica.

Un po’ per caso e un po’ per gioco, il pazzo Ernani (ancora Toni Servillo, impegnato in un doppio ruolo speculare) si trova sulla ribalta della politica nazionale a indossare la maschera del fratello. Quello che all’inizio doveva essere solo un modo per salvare la faccia al partito e nascondere la misteriosa scomparsa del segretario, si trasforma in una valanga: Ernani, che tutti credono Oliveri, si rivela uno straordinario trascinatore di folle e la vittoria della sinistra alle imminenti elezioni appare di colpo una possibilità reale.

Quello del doppio e dello scambio, ricorda Andò, «è un espediente da sempre utilizzato in letteratura e in teatro perché introduce leggerezza nelle narrazione e spalanca le porte alla sorpresa». E la politica – dice Toni Servillo – moltiplica questa «possibilità di sorprendere: abbiamo voluto raccontare una politica che, quando fa azione, senta il bisogno di tornare a fare riferimento alla cultura non solo come serbatoio intellettuale ma come slancio morale».

Servillo difende come suo solito il proprio ruolo di attore che pratica un mestiere utile e concreto, allontanando ogni riferimento ai nomi della nostra politica, da Bersani a Renzi: «i miei modelli sono altri, guardo soprattutto alla tradizione teatrale».
[PAGEBREAK] Dopo il successo ottenuto con il romanzo, Andò ha sentito il bisogno di trovare il protagonista giusto prima di decidersi a portare questa storia al cinema: «cercavo un attore che fosse in grado di essere ipotetico, capace di proiettare qualcosa che non c’è, un pensiero, perché Ernani è un personaggio fatto di pensiero».

«Abbia girato prima tutte le scene di Ernani — racconta Servillo — così che potessi poi lavorare su Oliveri in sottrazione. Ho amato molto il personaggio di Enrico, la sua ostinazione nel voler ritrovare una donna, Danielle, pur sapendo che lei non l’ha mai amato e gli ha sempre preferito suo fratello. E trovo affascinante che sia proprio la depressione a rimetterlo in connessione con gli inciampi dell’esistenza, staccandolo dall’astrazione in cui era sprofondato dedicandosi alla politica».

C’è però un’ambiguità di fondo, in “Viva la libertà”, che gli autori non sembrano voler prendere in considerazione: cosa fa davvero l’Oliveri rinato attraverso Ernani? Nulla. Dimostra soltanto che un’ottima cultura da cui attingere e una fascinosa abilità oratoria bastano e avanzano a mandare in estasi i giornali e soprattutto a stordire un elettorato in attesa dell’occasione favorevole per ubriacarsi di parole entusiaste e ammassarsi ai piedi di un leader.

Vedere un uomo politico che sale su un palco a parlare di lotta contro «il nemico», benché con versi presi in prestito da Brecht, più che svegliare speranze di cambiamento positivo in realtà spaventa, così come spaventa la sequenza che mostra il protagonista sempre più adorato far visita alle scuole, agli ospedali e ai cantieri in un crescendo inquietante. Questa molteplicità di letture potrebbe rappresentare un punto di forza per il film ma l’affannarsi di Andò a spiegare il personaggio di Ernani come «l’incarnazione di ciò che la sinistra dovrebbe essere» lascia piuttosto perplessi.

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