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La dance è morta

Piove incessantemente in via Sammartini 30.
Diluvia, e quando la gente chiede cortesemente di potersi riparare sotto il vostro ombrello perché voi siete protetti dal leggero parapetto ospitato dal club, è difficile dire di no.
Quindi: l’acqua continua a scorrere sul marciapiede grigio, il vostro ombrello è finito in mani di sconosciuti e voi state guardando l’enorme pullman tedesco allestito per il tour di Danko Jones. Un anziano uomo dà il segnale ed è subito il momento di far confluire la folla composita all’interno del locale milanese.
Fa caldo, è buio, qualcuno vuole farvi salire su un palchetto per dire “Sono tizio caio e anch’io sono su *canale tv musicale*!”, ma rifiutate per non fare la figura del fesso. Passano secondi, minuti; il Tunnel è sempre più popolato di individui finto-alternativi e ragazzine che hanno capito male cosa significhi indie.

Alle 21, finalmente, si materializzano sul palco – piccolo sì, eppure ottimo per riuscire a stare innanzi al proprio idolo – cinque ominidi anglosassoni dall’aspetto truce che si mettono a suonare perfettamente sincronizzati l’uno con l’altro. Sono gli Young Guns, londinesi d’origine e italiani d’adozione da quando hanno scoperto che le donne mediterranee sono molto più belle di quelle nordiche. Nel giro di mezz’ora esauriscono il repertorio estratto da “All Our Kings Are Dead”, abili nel saltare e al contempo produrre note apprezzabili tramite l’uso degli strumenti: due chitarre, un basso, batteria e voce. Le ragazzine quasi muoiono a vederli, se ne sentono i giovani ormoni dappertutto. Il popolo del club ha iniziato ad accendersi, tuttavia sarà soltanto alle 22 che un’ombra pelata si proietterà aldilà delle quinte dello stage, facendo intuire il seguito dell’avventura. Nel frattempo, le ragazzine scompaiono per correre dietro agli Young Guns che stanno sgomberando l’attrezzatura – accompagnati da un disgraziato facente parte dello staff, disgraziato perché sul pass gli era stato scritto a caratteri cubitali “GAAY”.

Le dieci di sera. L’ombra appare. Scompare. Riappare.
Fanno il loro ingresso un uomo rosso di capelli, uno dalla chioma corvina di media lunghezza e, poi, chi altri se non una testa lucida? Si tratta, rispettivamente, di Dan Cornelius alle percussioni, John Calabrese al basso e Danko Jones alla potente voce e alle due Gibson che creano invidia in tutti i rockettari presenti nel pubblico.
Non c’è tempo per le ciance: si parte immediatamente con “Below The Belt”, in onore degli istinti insediatisi nell’essere umano. “I Think Bad Thoughts” e “Active Volcanoes” aprono il pogo generale, tra urla di felicità e cori da stadio.
Danko non teme di rivolgersi all’audience che lo venera e, anzi, ne approfitta subito per sparlare della musica dance; che il Tunnel ospiti prima una band hard rock come la sua e poi qualche dj di contrada, gli pare un’ovvia contraddizione. Sta di fatto che, sotto sotto, pure lui balla a quella musica (lo ammette!).
Il sudore cola dalle zucche del trio, si vaporizza nell’aria ed incita l’energia cinetica degli spettatori. Tormentoni quali “First Date” e “Sugar Chocolate” rimbombano entro le quattro pareti, seguiti da un discorso filosofico di matrice personale, giustapposta tra una metà e l’altra di “Mountain”.

Pausa. Il pubblico non è ancora sazio e palpita perché i tre tornino sulla scena. Chitarrista e bassista si catapultano sul luogo del delitto; Danko fa avanti e indietro per vedere quanto viene acclamato e, una volta giunto innanzi al microfono, decide che sì, un altro paio di canzoni ci sta.
Ecco allora che “Dance”, antiteticamente alla condanna del genere omonimo, movimenta il cosmo intero fino alla fine, quando la stanchezza sembra aver preso piede anche nel pentagramma.
Altri tre brani e la botta di vita si consuma in un “Thank you Milan, have a goodnight!”.

I Think Bad Thoughts
Active Volcanoes
Play The Blues
Forget My Name
Sticky Situation
Code Of The Road
FIrst Date
Had Enough
Baby Hates Me

Full Of Regret
Sugar Chocolate
Sugar High
Invisible
Lovercall
Mountain
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Dance
She’s Drugs
Cadillac
Samuel Sin

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