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La dea dall’anima black

Sono da poco passate le dieci di sera quando, dopo il sofisticato jazz-pop degli opener Jobi4, un vero e proprio ruggito da dietro le quinte preannuncia l’imminente ingresso di Dana Fuchs sul palco di piazza Cattedrale. E a ruggire è lei, splendida trentatreenne della rurale cittadina di Wildwood, Florida, ultima di sei fratelli e sorelle che nell’arte ci sono nati e cresciuti nutrendosi il più possibile di molta musica nera americana, gospel, blues e soul.

La presenza scenica di Dana è sconvolgente, come la sua voce, del resto. Aiutata anche da un fisico statuario, il suo controllo del palco è totale, dall’intesa coi musicisti della band – bravissimi – allo scambio con il pubblico, invero un po’ troppo tiepido nella prima parte dello show. Tra i brani dei suoi due album finora editi, “Lonely For A Lifetime” (2003) e “Live In NYC” (2008), la potente cantante di Wildwood ritaglia uno spazio tutto speciale per “Songbird (Fly Me To Sleep)”, toccante episodio di matrice gospel-soul dedicato alla sorella Donna, suicidatasi alcuni anni or sono. «In questo giorno, qualche anno fa – confessa dal palco – persi un grosso pezzo del mio cuore: da allora dedico ogni mio concerto a lei, che non ha potuto vivere lo stesso sogno che sto vivendo io».

Condivisione, che finisce col rendere ancora più umana questa incredibile, poderosa e dolce performer, capace di arricchire il suo spettacolo con le ruvide ripartenze rock di “Bleed More”, il rock-blues graffiante di “Hiding From Your Love”, “Bible Baby” (un po’ rockabilly) e “Baby Loves The Life” e i sanguigni spunti soul di “Almost Home” e “Cool Enough”.

Uno spettacolo che raggiunge il suo climax nella parte finale, quando gli omaggi a Etta James (“I’d Rather Go Blind”) e a Michael Jackson (“Billie Jean”) e le telluriche cover di “Helter Skelter” (Beatles) e “Whola Lotta Love” (Led Zeppelin) scatenano l’assalto del pubblico verso il palco per un momento di estasi collettiva dal retrogusto vagamente seventies. Chapeau.
Un’artista da scoprire.

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