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La delusione più grande dell’Oregon

Cari Decemberists,

Siete i più bravi di Portland, lo so io e lo sapete voi. Vi amavo incondizionatamente quando facevate i folkettari con le canzoni forbite da tre minuti; quando le basette di Colin Meloy infilavano versi quali «I’m made of bones of the branches, the boughs, and the brow-beating light» come se non ci pensassero troppo; quando cantavate di legionari, di spionaggio internazionale e raccontavate storie cicliche di marinai dentro pance di balena. Eravate pretenziosi, ma lo eravate adorabilmente.
Vi amavo quando siete passati alle major e il vostro sound si è ispessito e avete iniziato a caricare di tastiere su tastiere i vostri tour bus. Alcuni dicevano «Ma “The Crane Wife” è brutto», io dicevo «quanto vi sbagliate!» e proseguivo a testa alta. Poi è uscito quel disco sulle regine del bosco e gli uomini-cerbiatto e i due che muoiono alla fine; era un concept con le chitarre pesanti, e un po’ tutti hanno detto: «ah però vedi un po’ quando tirano fuori LE PALLE».

Ora è uscito “The King Is Dead”. Era stato anticipato come un album più disimpegnato, un momentaneo distacco dal prog, un ritorno alle canzonette dei vecchi Decemberists. L’album che citava gli Smiths e che omaggiava i R.E.M., con Peter Buck dei R.E.M. a suonare la chitarra in tre canzoni. E “The King Is Dead” è proprio così. Solo che è l’anello debole, è sbrigativo e un po’ stanco. Certo, è orecchiabile, gli arpeggi di chitarra e il cantato riecheggiano platealmente i R.E.M., ci sono armoniche a bocca che falciano i muri. Oltre a questo non va.
Ho detto a un amico: «È scritto bene, ma musicalmente sembra un disco dei DUBLIN CITY RAMBLERS.» Il mio amico, che non è esattamente imparziale quando si tratta di Decemberists, mi ha risposto: «Sono al secondo pezzo del disco. Sembra la colonna sonora di Little Miss Sunshine 2» e poi «Ecco, ora con “Rox In The Box” abbiamo anche la festa dell’unione studentesca “Sinistra Per”».
Non dobbiamo sempre aspettarci che le band progrediscano. Le band cambiano. Ma qui non c’è cambiamento, c’è una band che è stata caposcuola di una certa tendenza del folk e che ora suona come le band che cercano di imitarla. C’è una specie di cover band divertente e poco ispirata. “June Hymn” è “Red Right Ankle” otto anni dopo. EH?!!!
Cari Decemberists, io il vostro album l’ho ascoltato fino a morire di crepacuore. Probabilmente ne canticchierò le canzoni per un periodo, ma sul sito ufficiale l’edizione-deluxe-tutto-compreso è in vendita a 165 o 180 dollari. Ne vale davvero la pena? Ladri.

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