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Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug: Un netto passo avanti per la nuova trilogia

Al secondo capitolo della nuova trilogia è ormai sempre più chiaro l’intento di Peter Jackson: non solo stendere un ponte tra le due saghe ma anche soffiare su “Lo Hobbit” il respiro epico del “Signore degli Anelli”. E per giungere a questo scopo saccheggia l’intera opera tolkeniana cucendo e intervallando per configurare sempre più quest’ultima fatica come un enorme, polifonico prequel di quella di dieci anni fa.

I rischi stanno sia alla fonte (la sostanziale differenza di tono e di contenuti tra i due libri, e non ultima la loro esorbitante differenza in termini di lunghezza) sia nel trattamento che Jackson gli riserva. E che è quello – l’unico – che ci interessa qui. Gli innesti sono tanti e divisi soprattutto in due sub plot, entrambi deboli per diversi motivi: da un lato c’è Gandalf, incaricato di anticipare letteralmente gli eventi che scaturiranno sessant’anni dopo nella cosmogonia tolkeniana, costretto tuttavia in sequenze troppo brevi che rischiano il siparietto, la chiosa che aggiunge più in termini di informazioni e collegamenti, che di veri innesti cinematografici. Ma a stridere è soprattutto l’intrusione del personaggio (inventato a posta per il film) dell’elfa Tauriel. Jackson aveva già ampliato in passato il ruolo delle donne, e di Arwen in particolare, per sopperire a un’epica tolkeniana tutta maschile, difficilmente “vendibile” in un formato blockbuster per la scarsa incidenza di personaggi femminili. Dove però ne “Il Signore Degli Anelli” era riuscito a “gonfiare” qua e là spunti già presenti nel testo, stavolta si lancia in una rischiosissima storia (possibile) tra un nano Kìli e un’elfa, che peraltro rischia già l’appellativo di Jar Jar Binks del nuovo millennio. Il troncone non funziona per un difetto che “Lo Hobbit” si porta dal primo capitolo: la nuova compagnia è fatta di personaggi sbiaditi, eccezion fatta per Bilbo, Thorin e forse Balin, il resto dei nani naviga in una nebbia psicologica. Ad accentuare questo andazzo, ci si mette il fatto che i subplot camminano troppo indipendentemente dal resto e anzi spesso tendono solo a spezzare la tensione e il ritmo dagli eventi capitali. E che non ultimo il personaggio di Tauriel non riesce mai a conquistarsi un vero posto, soprattutto emotivo, nel tessuto dell’intreccio.

Ciò che c’è di buono ne “La Desolazione di Smaug”, e ce n’è un bel po’ (qui la nostra recensione), è da ricercarsi allora nel ritmo, nello spirito d’avventura, nella maestria della messinscena di Jackson – che conferma da questo punto di vista la sua indiscussa autorità – e nella creazione di un villain luciferino, insieme minaccioso e affascinante, quello Smaug del titolo che è oltretutto una meraviglia visiva, ennesimo miracolo della CGA. Tutte migliorie che svettano ancor più in relazione a “Un Viaggio Inaspettato”: il secondo capitolo fa ingranare la storia e colpisce maggiormente nel segno, consegnandoci un film molto più che discreto le cui peculiarità salterebbero ancora più all’occhio se si fosse operato un netto taglio di rami morti (Tauriel), magari a vantaggio di qualche personaggio che appena intravediamo e che avrebbe potuto offrire molta più sostanza, come il personaggio di Beorn, ultimo di una schiatta di muta pelle, uomo che può tramutarsi in orso. Speriamo di trovare qualcos’altro su di lui nella versione estesa, mentre lo attendiamo nella Battaglia dei Cinque Eserciti.

Un discorso a parte merita il formato 3D HF3. La tridimensionalità delle immagini jacksoniane si candidano a essere tra le migliori mai viste, in associazione a un’ambientazione naturale che stampano, sì, le orme epiche. Il mondo di Tolkien viene così riletto alla luce di un’esperienza immersiva senza precedenti – da questo punto di vista un’esperienza che vale soprattutto per la sala e lo schermo gigante e che pone qualche interrogativo su ciò che va irrimediabilmente perso poi nella visione in home video. Per quanto riguarda i 48 fotogrammi al secondo essi pongono una questione forse sospesa tra rivoluzione ottica e adeguamento dello spettatore. È evidente che il nuovo formato richiede qualche minuto per abituarsi al nuovo tipo d’immagini: ne giova la fluidità, eppure a volte si ha la sensazione che la tecnologia finisca per “mangiarsi” un po’ la magia, svelando nel suo nitore la costruzione, il dietro le quinte.

Tirando le somme, “La Desolazione di Smaug” non raggiunge le vette delle precedenti scorribande di Jackson nella Terra di Mezzo, ma è un bel passo avanti rispetto al primo capitolo, e fa ben sperare per la chiusura di questa seconda trilogia.

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