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La disperazione che alimenta la vita

Ispirato alla figura carismatica del produttore francese Humbert Balsan, “Il Padre Dei Miei Figli” racconta senza retorica e pietismo alcuno il mestiere del cinema, rendendo omaggio ad una coraggiosa personalità del mondo del cinema.
In conferenza stampa erano presenti la regista Mia Hansen-Løve e la protagonista femminile Chiara Caselli.

La storia del produttore francese Humbert Balsan è senz’altro nota a Parigi, ma il film ha in sé una seconda parte tutta al femminile connessa all’elaborazione del lutto. Come ha costruito le due parti e come l’ha tradotte in immagini? C’è stata grande complicità tra regista ed attori nel tessere la pellicola?
Mia Hansen-Løve: Sicuramente Humbert Balsan è stato un produttore ammirato ed apprezzato soprattutto se si pensa che ha aperto la strada a film stranieri in Oriente nonché a bravissimi cineasti emergenti. È stato un uomo di grande coraggio che ha vissuto un po’ all’ombra del cinema che lui stesso contribuiva a creare anche se il grande pubblico non lo conosceva. Il mio intento è stato proprio quello di regalargli la luce facendolo uscire dall’anonimato cui spesso la pellicola può confinare i produttori che non figurano in prima linea. Ho conosciuto Balzan all’inizio del 2004, un anno prima che si togliesse la vita e per me è stato memorabile. Quell’incontro mi ha profondamente segnata ed a livello professionale gli devo molto. Della sua vita privata non sapevo granché tant’è che non ero a conoscenza che avesse una moglie e due figlie, cosa che ho appreso solo all’indomani della sua morte quando sono andata a riprendere la sceneggiatura della mia opera seconda che gli avevo sottoposto per poterla produrre. Effettivamente la seconda parte del mio film l’ho inventata basandomi però su approssimazioni e percezioni tutte mie. La scelta degli attori ha poi per me un valore sacro.

Chiara Caselli: Quello che più mi ha rapita è stato il significato simbolico del film, ovvero difendere le proprie idee in nome della cultura. Purtroppo noi addetti ai lavori ogni anno assistiamo a dei vergognosi decurtamenti, non ultimi quelli che hanno investito il cinema e che hanno suggerito l’occupazione del Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel corso della mia carriera ho conosciuto molti produttori e distributori e molti di questi avevano il coraggio di buttare il cuore al di là del’ostacolo. L’Italia è pregna d’arte di cui però fa spesso spregio e tutti viviamo un momento di scoramento generale. Io personalmente sono andata via dall’Italia, ne sono stata in qualche modo “costretta”, raschiando il fondo della rabbia che per fortuna c’era ancora in me. L’Italia a fasi alterne ha dato all’arte dei talenti straordinari ma solo trovando un humus (i produttori appunto). Per cui se il nostro cinema, quello che appartiene a noi tutti, non ha più sovvenzioni saremo conseguentemente tutti più poveri. Questo maledetto Governo, che in un prossimo futuro, per ragioni anagrafiche non ci sarà più, non sta dimostrando di avere alcuna cura per le generazioni future. Abbondano i tagli indiscriminati, è un contino tirare a campare ma loro la poltrona proprio non la vogliono lasciare. Non posso che provare una rabbia solidale.

Nel film si affrontano molti temi che vanno dall’incomunicabilità tra marito e moglie, al racconto del mondo del cinema fino al superamento del dolore. A quale di questi temi era più interessata oppure è stata un’unione di tutti senza che alcuno prevalesse sull’altro?
Hansen-Løve: Scrivendo questo film mi sono accorta che effettivamente aveva in sé diversi temi diversi tra loro, cosa che mi ha davvero appassionata. È stato un piacevole punto di partenza. Un po’ come fare un film alla Renoir, ovvero partendo da un personaggio per raccontare “l’universo mondo”. Sicuramente tra i temi prevalgono l’amore per il cinema e l’amore per la vita. Come ebbe a dire Truffaut “Il Cinema è la vita, mi da l’energia, la forza e la fede” ed io mi identifico in questo: la dicotomia tra amore per il cinema e amore per la vita pur dovendosi dividere tra le due cose.
[PAGEBREAK] È possibile che nel film si avverte una certa mancanza dalla parte della moglie di cui solo in alcuni frangenti si avverte il profondo amore senza percepirne la tragedia a cui stava andando incontro il suo uomo? Perché ha scelto di raccontarlo in questo modo?
Hansen-Løve: Ebbene potrebbe sembrare strano che dopo tanta complicità tra i due ci sia una mancanza ma credo che nella vita reale questa sorte di incomunicabilità possa verificarsi. Può essere anche che tra marito e moglie ci sia una sorta di pudore e la voglia di tenere degli spazi per sé, decidere di non voler condividere con l’altro. Possiamo scegliere di avere questa libertà. È davvero difficile rappresentare questa sottigliezza sul grande schermo che si presta bene a fraintendimenti. Mio nonno si è, ahimé, suicidato lasciando una moglie e sei figli. La tragedia di questo gesto folle mi ha ossessionata da quando ero una bambina e me la sono portata dietro per troppo tempo. Ma anche mia nonna non aveva capito. Mio nonno ha deciso di esercitare la sua libertà personale e di volerla tenere per sé, e poi il grande stoicismo, la lucidità, la calma, la profonda saggezza che ho visto in quei momenti in cui la facile disperazione e lo scoramento avrebbero potuto avere la meglio, l’ho rivisto nella vedova di Balzan, ma con la totale assenza di rancore e di risentimento. Non c’era durezza bensì determinazione senza che mai venisse meno la dolcezza. È stato per me sintomatico di grande intelligenza.

Come hai trovato tre brave piccole attrici? E come hai creato quest’armonia famigliare? La recitazione ha richiesto lunghe prove con le bambine?
Hansen-Løve: “Dopo “Tout est pardonné” non potevo immaginare di non lavorare nuovamente con dei bambini. Non abbiamo provato più di quanto si fa abitualmente, Abbiamo girato durante l’estate, in bei luoghi con la possibilità di divertirsi, in campagna, in spazi ampi e credo che questo abbia influito non poco sulla buona riuscita del film. Il disordine, l’allegria e la fragilità che i bambini portano su un set sono estremamente preziosi. Sono un soffio di aria fresca in un’atmosfera che spesso può essere irrespirabile. Ognuno di loro esprime la sofferenza in modo diverso ed i loro ruoli nel film sono molto vicini a quanto rappresentano realmente per me.

Caselli: Sul set c’è stata grande sintonia tra noi e le bambine e questo ha rappresentato una grande sfida. I bimbi sono delle nature che si muovono con un principio di verità assoluta. Quel che è stato subito importante per me e che mi ha fatto intendere il punto di vista del personaggio e conseguentemente entrare nelle sue vesti e stato indossare delle scarpe basse: la camminata è fondamentale per entrare nel personaggio. La mia è una camminata leggera ma posata di chi sa quale direzione prendere. Dalla camminata si intravede il lutto, le gambe cedono poiché è venuto a mancare il punto di rifermento. È stata questa la mia linea guida. Quando ho incontrato la vedova Balzan ho sentito questa forza. È lei che ha deciso autonomamente di prendere su di sé tutto il peso del dramma. La sua forza luminosa mi ha indirizzata.

Come mai la scelta di Ravenna? Predomina l’arte figurativa di Sant’Apollinare in Classe, il mosaico di Dio e poche scene dopo ritorna la “mano”della madre che appare verso la figlia per attirarla a se.
Hansen-Løve: Mentirei se dicessi che era tutto previsto. Mi sono lasciata trasportare da quello che stavamo raccontando e poi la coincidenza è venuta da se, cosa che poi ho sfruttato. E devo ammettere che sono ritornata un po’ bambina nel vedere il mosaico, mi ha trasmesso un senso nostalgico dell’infanzia. Per quel che concerne la location la devo ad un mio amico. Sant’Apollinare in classe è atemporale, si prova un senso di pienezza incredibile e poi la scena del laghetto è Bagno San Filippo nella Val d’Orcia e quello scorcio l’ho scoperto andando via da Ravenna.

“Il Padre Dei Miei Figli” è non solo il racconto dell’esasperazione che può portare alla disperazione ma regala anche un delicato ritratto di una famiglia capace di far della tragedia un inconsueto deterrente per rimettere in moto la vita senza arrestarla.

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