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La fantascienza come metafora

Che la fantascienza, ai suoi livelli più alti, ma spesso più o meno volontariamente anche nelle sue realizzazioni più commerciali, sia adoperata in senso metaforico, specie al cinema, è un fatto. Anche senza arrivare all’ultimo progetto di Lars von Trier, a quel “Melancholia” che condivide non pochi tratti col film di Cahill la cui idea nasce comunque in precedenza.

Nel mondo finzionale di questo giovane regista c’è la scoperta di un’altra terra, una Terra2, in graduale avvicinamento al nostro pianeta e che – messasi in contatto con gli umani – risulta popolata di doppi, una sorta di replica dell’universo alternativo di tanta sci-fi, non ultimo il Fringe di J.J. Abrams.

In realtà è ben presto chiaro che l’ombra di questa seconda terra e la luce che riflette, sono soprattutto un pretesto per ragionare di problemi universali, del tutto terreni (e non solo terrestri). E dunque il grande evento interplanetario finisce per restare volutamente sullo sfondo (del cielo ma anche dei notiziari tv). Se questa è una scelta dettata anche dalla ristrettezza dei mezzi produttivi, dietro c’è molto altro, c’è la volontà di Cahill di studiare i suoi personaggi e i drammi (la tragedia) che li ha uniti sotto una lente deformata, insieme distanziante e ravvicinante.

La Terra2 infatti rappresenta per la giovane Rhoda e il musicista John una possibilità, una speranza, di redenzione da un lato, di felicità e riunione dall’altro. È lo sfondo su cui si proiettano le loro vite e gli intrecci dei loro destini. È il primo apparire di quel pianeta, sottoforma di piccola particella luminosa nel cielo notturno, che provoca la distrazione fatale in Rhoda mentre è alla guida della macchina che investirà quella della famiglia di John, uccidendo moglie (incinta) e figlio piccolo. È l’eden astrofisico cui ascendere per ricongiungersi con le anime (vive, doppie) di coloro che qui ci hanno abbandonato. Nel bene e nel male la Terra2 lega i destini di Rhoda e John in un nodo tragico e inscindibile, tracciandone anche la vita successiva: la rovina della carriera scolastica dell’una (che quella notte festeggiava l’ingresso all’MIT e invece dopo l’incidente passerà i quattro anni successivi – con un crudele risvolto ironico proprio lo stesso tempo che avrebbe trascorso a studiare – in un istituto correttivo a scontare una pena) e l’annientamento della famiglia dell’altro.

E dopo il primo scontro casuale, il secondo incontro sarà volontario, quando Rhoda andrà a cercarlo senza rivelare la propria identità e si offrirà di aiutarlo per espiare le sue colpe. In questa ossessione di Rhoda per la pulizia, per lavare e lucidare (non ultimo anche il suo vecchio liceo, tornando volutamente da sconfitta nel luogo da cui era uscita vincitrice, in un desiderio di espiazione fin troppo sottolineato) forse “Another Earth” trova qualche intoppo, fatto di metafore troppo esplicite e ridondanti che conducono poi a una terza parte un po’ troppo conciliatoria, per non parlare dell’ultimo fotogramma del film, che forse si allarga più del dovuto nel voler costruire una circolarità con colpo di scena: in fondo è sottile il confine tra una buona idea e il rischio che quell’idea contenga più effetto che vero significato.

Tuttavia, “Another Earth” resta un ottimo esempio di fantascienza filosofica e soprattutto un dirompente esordio di un autore di cui attendiamo con ansia la seconda prova narrativa (Cahill aveva esordito nel 2004 col documentario “Boxers and Ballerinas”, sui contrasti tra Cuba e Stati Uniti).

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