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La fantascienza di Interstellar: consigli per la lettura

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Interstellar” è arrivato, ha travolto i botteghini italiani e internazionali e ha saputo suscitare un’impressione (se mi passate questo uso inglese del termine) vivida e pervasiva a livello internazionale, come solo i film di Christopher Nolan sanno fare.

Mentre assistiamo col fiato sospeso alla seconda parte della missione Rosetta e Internet fiorisce di articoli dedicati alla scienza di “Interstellar” (cosa sia plausibile, cosa no, cosa sia inventato di sana pianta, cosa sia tacciabile di vaccata e perché), vogliamo dedicare uno zoom all’emozione suscitata dal film, a quel suo appello dolce e struggente a recuperare quel miscuglio di curiosità, caparbia, sacrificio personale in nome del bene comune che ci rende partecipi singolarmente alla collettività umana.

Il compendio che segue non vuole essere né esaustivo né inattaccabile dal punto di vista della selezione, perciò prendetela come una scusa per farvi consigliare qualche buon libro/film a tema fantascientifico.

Ovviamente il testo contiene potenziali SPOILER! per chi non ha ancora visto il film.

science-interstellarInnanzitutto mi pare doveroso segnalarvi la guida ufficiale al lato più scientifico del film. Perché perdere tempo con una miriade di articoli parziali e spesso faziosi nel voler provare o smentire la plausibilità dello script dei Nolan quando si può leggere “The Science of Interstellar“, scritto dal fisico Kip Thorne, ovvero colui che ha fatto da consulente al film e ha aiutato a plasmarne l’universo? Un libro tanto scrupoloso da riportare un bollino spoiler alert in copertina! Purtroppo al momento non si hanno notizie di una traduzione italiana, speriamo di essere presto smentiti.

Nel caso poi siate curiosi di capire quanto la personalità di Christopher Nolan abbia influito sulle modifiche apportate alla sceneggiatura inizialmente pensata per Steven Spielberg, vi consiglio la lettura di questo lungo e dettagliato articolo.

• LA PIAGA E LA TERRA MORENTE

Se a colpirvi è stata la prima parte del film, ho un’ottima notizia per voi: il genere apocalittico è uno dei più prolifici della fantascienza letteraria, così variegato da annoverare diversi gradi d’angoscia nel post lettura. No, non ci si è limitati a “La Strada” di Cormac McCarthy, anzi, c’è un mondo di mondi morenti là fuori! Questo articolo nasce dalla domanda che in molti mi hanno posto dopo aver letto la recensione del film: cosa intendevo quando accennavo ai molteplici rimandi, omaggi e plagi di cui si nutre lo script?

Ecco, mi riferivo anche all’impressione di consistente déja vù che hanno provato i lettori di “La Morte dell’Erba” di John Christopher quando i protagonisti del film parlano degli effetti e della genesi della piaga che sta affamando l’umanità. Quello di Christopher è un classico assoluto del genere e, pur avendo uno stile di scrittura criminale e delle intenzioni profondamente differenti dalla storia nolaniana, sembra ben più che un omaggio per quanto riguarda la piaga. Qui a morire per prima è la coltura del riso, attaccata da un virus inarrestabile, che azzera le riserve alimentari cinesi e provoca il collasso dello stesso Paese. Mentre l’Europa assiste con malcelata ipocrisia a quanto sta succedendo in Cina, il virus attacca altre colture di cereali e la sopravvivenza stessa dell’umanità è a rischio. Ricorda niente?

Qui il discorso è molto più incentrato sullo sconvolgimento delle dinamiche sociali a fronte di un’emergenza che mette a rischio la stessa sopravvivenza umana, ma è davvero un cult del genere e Beat Edizioni ne ha appena proposto una ristampa in edizione economica (insomma, nemmeno tanto!). Un libro cult del genere che merita una lettura a prescindere dalla scorciatoia che ha fornito a Nolan.

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Ecologia, sviluppo sostenibile, risorse limitate: nell’era post atomica siamo capaci tutti di pensare a una storia con questi presupposti, perché sono concetti ormai ampiamente radicati nella cultura popolare e nel sentire comune. Farlo nel 1911 è tutto un altro paio di maniche.

Personalmente trovo straordinario riscoprire la stessa angoscia di fronte all’umanità sull’orlo dell’estinzione a causa della cattiva gestione dell’unico pianeta a sua disposizione in Edgar Rice Burroughs, gran numero tutelare della fantascienza tutta e padre fondatore della space opera insieme a Jules Verne (circa). Tra i milioni di motivi per cui uno dovrebbe leggere i primi tre tomi del Ciclo di Marte (gli altri son per completisti), c’è anche quello di riscoprire la vena ecologica dello scrittore statunitense, che dipinge un Marte quasi distrutto dal sovrautilizzo delle popolazioni che lo abitano rispecchiandoci dentro quanto stava avvenendo sulla terra all’inizio del Novecento.

Se poi leggete in lingua inglese, gioite perché si trova tutta la produzione dello scrittore gratuitamente in versione elettronica, sennò rivolgetevi al volumone italiano che raggruppa i primi tre romanzi.

Avvertenza: dopo averlo letto ne vedrete gli echi ovunque, perché la generazione di cineasti americani che ha plasmato buona parte del nostro immaginario spaziale cinematografico è cresciuta a pane e Burroughs.

Se infine volete dare un’occhiata al film Disney “John Carter” di Andrew Stanton (che in tutta sincerità glissa molto su questo aspetto ecologico ma ha delle fighissime astronavi meccaniche ad energia solare), come potrete ben immaginare non sarò certo io a fermarvi.

• L’AMICO ANDROIDE NELLO SPAZIO SOLITARIO

Anche se la declinazione malvagia e sterminatrice dell’umanità di androidi e intelligenze artificiali è la più popolare, tanto da far sorgere il sospetto che in fondo ci stuzzichi l’idea che le macchine da noi costruite si ribellino contro di noi, non manca anche chi ha visto in esse un aiuto essenziale per la conquista dello spazio, a livello tecnico ed emotivo. Perché quando sei solo, là fuori, anche la compagnia di un’intelligenza artificiale può diventare la sottile membrana che separa la tua mente dalla solitudine e dalla follia. Sempre che non tenti di ucciderti, ovvio.

Se avete adorato i due aiutanti della spedizione di “Interstellar”, allora amerete l’omologo protagonista del bellissimo “Moon” di Duncan Jones, un piccolo film che venne accolto come un’assoluta rivelazione del genere nel 2009. Il protagonista lì non è nemmeno troppo lontano dalla terra, deve infatti lavorare su una base lunare per 3 anni, ma la sua solitudine è assoluta, rischiarata solo dall’intelligenza artificiale che governa la base e lo assiste nella vita di tutti i giorni. Anticipare altro della trama sarebbe un peccato ed essendo facilmente reperibile, non mi rimane altro che consigliarvi quest’esordio stupendo. Vi lascio il trailer, ma datemi retta: meglio passare direttamente alla visione.

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• PIANETI IMPOSSIBILI

L’esplorazione dei tre pianeti dalle condizioni fisiche estreme è il rimando più forte di “Interstellar” al genere hard sci-fi, spesso utilizzato quasi per gioco dagli scienziati scrittori a tempo perso per immaginare le caratteristiche di un mondo dalle condizioni estreme, postulandone le condizioni e procedendo nell’immaginarne l’aspetto sulla base di una speculazione scientifica più che rigorosa.

Esistono tantissimi esempi del genere (e la creazione di pianeti immaginari ma scientificamente coerenti ne rappresenta solo una delle tante declinazioni) ma uno degli esempi più noti e reperibili (seppur con difficoltà) in italiano è “Stella Doppia 61 Cygni” di Hal Clement. Il libro segue l’esplorazione del fantomatico pianeta del titolo da parte di una spedizione umana e l’incontro con le popolazioni autoctone, il tutto fortemente condizionato dalla gravità 400 che regna su quel mondo. Forse non fortissimo a livello di narrazione, ma estremamente interessante per il livello di dettaglio con cui Hal Clement descrive l’impatto che questa gravità oppressiva ha avuto sull’evoluzione geologica e biologica di quel pianeta.

• SCIENZIATI E UOMINI

Trovo tanto affascinante quanto preoccupante il fatto che nella cinematografia attuale di vaga ispirazione scientifica la colpa del casino che sta per estinguere il genere umano e della cazzata che potrebbe uccidere tutto il cast ricada sempre o quasi sulle spalle dello scienziato di turno. Lo trovo un sintomo molto preoccupante del disagio con cui ci approcciamo alle risposte che il mondo scientifico ci dà, questo continuo ritratto di novelli Prometeo o geniali innovatori dalle pulsioni maniache o dalla stupidità epocale.

L’impressione montante è che a generare la rabbia maggiore nei confronti della scienza sia la complessità delle sue risposte e il conflitto che essere provocano con l’immagine del mondo su cui abbiamo plasmato la nostra esistenza, la necessità di cambiamento che generano. E noi, ad oggi, dal cambiamento siamo assolutamente terrorizzati, perciò almeno al cinema vogliamo che chi decreta la morte del genere umano senza consultarlo sulla base del suo egoismo illimitato e della sua fissazione per la poesia sia proprio, guarda caso, uno scienziato. Invece se c’è una categoria più quotata di altre a salvarci dai casini cosmici, è proprio quella degli scienziati, checché tormentoni su vaccini, scie chimiche ed esperimenti sugli animali vogliano farci credere.

Sarà perché molti scrittori di fantascienza sono anche scienziati, ma in campo letterario la musica è ben diversa. Dato l’adattamento filmico di Ridley Scott che si appresta ad entrare in fase di preproduzione, vi consiglio “The Martian” di Andy Weir, un debutto che, lo dico ora, rivedremo in stagione di Hugo e Nebula. La trama è semplicissima: il primo astronauta a mettere piede su Marte si ritrova solo sul pianeta, abbandonato dal suo equipaggio che lo crede morto nella tempesta di polvere che li ho costretto all’evacuazione. Lui però si rifiuta di darsi per vinto e dà fondo a tutta la sua intelligenza per tentare di rimanere vivo e chiamare i rinforzi. Questi sono gli scienziati che vogliamo!

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• L’UMANITÀ SALVA L’UMANITÀ

Se ad affascinarvi in “Interstellar” è stata la storia dell’umanità del futuro che aiuta i suoi precursori a salvarsi, il vago contatto con qualcosa di conoscibile e intelligente ma così superiore all’uomo da essere a malapena comprensibile e comunque irraggiungibile, non potete negarvi la lettura di “Incontro con Rama“, capolavoro assoluto della fantascienza tutta firmato da Arthur C. Clarke. Il libro narra l’esplorazione di un corpo celeste in rapido avvicinamento alla terra che si rivela ben presto essere un enorme manufatto artificiale, alieno, che solo una nave spaziale che si trova nelle vicinanze potrà esplorare per qualche ora, prima che si allontani a gran velocità dal sistema solare. Lo trovate a pochi spicci in versione ebook e, fidatevi, è un’esperienza indimenticabile.

• IL SINGOLO VS L’UMANITÀ

Se c’è un film che fa gli stessi ragionamenti di “Interstellar”, parla delle stesse tematiche in maniera altrettanto efficace, nonostante l’abisso produttivo che separa i due, quello è “Europa Report” di Sebastián Cordero, verso cui il debito di “Interstellar”, coscio o inconscio, è enorme. Di più, nel parlare di anelito verso lo spazio e la scoperta, lo script di Philip Gelatt seppelisce quello dei Nolan, trasformando l’apparente semplicità imposta dal budget ridotto in una risorsa sorprendente di tensione, mistero e aspettativa.

Se questo non bastasse, Gelatt e Nolan postulano entrambi il grande assunto della caducità della vita del singolo, che acquista un senso nel suo sacrificio all’interno della progressione della razza umana, ma solo il primo lo spinge fino alle sue logiche conseguenze. Infatti se c’è un tratto di “Interstellar” che proprio mi ha urtato è questo suo voler salvare il protagonista a tutti i costi da una missione chiaramente suicida sin dalle premesse, volendogli anche assicurare il perdono filiale e un rinnovato viaggio verso l’avventura. Christopher, abbiamo intuito la tua urgenza di concludere ogni film con la redenzione del padre assente e la risoluzione di ogni conflitto generazionale, MA ANCHE NO grazie.

No, su Europa, la luna di Giove che la missione protagonista del film si appresta ad esplorare e che per insidie e tranelli somiglia molto al pianeta ghiacciato di “Interstellar”, lo scotto da pagare spesso è la vita, anche senza aver commesso errori, pur di far proseguire la missione. Mentre la gente si accapiglia sulla veridicità di “Interstellar”, sappiate che è “Europa Report” il film che ha fatto letteralmente bagnare la NASA. Quella vera, intendo. Anche se in Italia è purtroppo inedito, se dovete recuperare uno solo dei titoli qui proposti, fate che sia questo.

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• NON DIR TESSERATTO SE NON CE L’HAI NEL SACCO

Cos’è un tesseratto (o ipercubo), ovvero la costruzione nella quale Cooper si trova nella parte finale del film e che gli consente di comunicare con la figlia Murph al di là del tempo? Il tesseratto è una proiezione su quattro dimensioni di un quadrato, così come il cubo lo è su tre dimensioni. Incidentalmente per costruzione e caratteristiche si presta particolarmente bene a spiegare la relatività spaziale e temporale.

Nel caso vogliate saperne di più, consiglio la lettura del racconto “La casa nuova“, contenuta nel volume “Il mestiere dell’avvoltoio” di Robert A. Heinlein. A livello narrativo è una cosetta, ma ho dovuto molto rivalutarla sotto il profilo scientifico, dato che ho seguito quello spezzone di film senza batter ciglio, come se fosse la cosa più ovvia del mondo mentre la gente intorno a me si agitava smarrita.

Un architetto decide di voler costruire una casa rivoluzionaria e sceglie di realizzarla a forma di tesseratto. Durante la prima visita con gli acquirenti però si rende conto che lo spazio e il tempo si sono “rovesciati” all’interno dell’edificio durante una lieve scossa di terremoto nei giorni precedenti. Fidatevi, Robert Heinlein spiega il tutto molto meglio della sottoscritta.

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