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La legge del mare

La “Terraferma” di Emanuele Crialese, primo film italiano in concorso proiettato oggi alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, è il luogo ideale che i migranti africani cercano di raggiungere ma anche la vita più dinamica che Giulietta vorrebbe per il figlio cresciuto in una minuscola isola: una terraferma come accoglienza nuova, approdo sicuro, possibilità di cambiamento.
In conferenza stampa, alla presenza del cast (Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Mimmo Cuticchio e il giovane Filippo Pucillo) e dei produttori, Emanuele Crialese discute della storia narrata nel film, scritta in coppia con Vittorio Moroni.

«I fatti di cronaca riguardanti gli sbarchi dei migranti a Lampedusa sono stati il punto di partenza – esordisce l’autore – ma anche ciò da cui dovevamo allontanarci per far sì che il film non apparisse documentaristico o televisivo: ci trovavamo davanti a una realtà da reinventare ed è per questo che nel film il nome dell’isola non viene mai pronunciato, volevo che quel territorio non fosse definito ma avesse caratteristiche immaginarie e universali».

“Terraferma” mette in evidenza la distanza tra le posizioni rigide delle forze dell’ordine che intimano agli equipaggi delle barche di non avvicinarsi mai ai migranti avvistati al largo delle coste e le regole non scritte dei pescatori, fedeli alla legge del mare in basa alla quale nessuno può essere lasciato in acqua in difficoltà. A Crialese in conferenza stampa viene contestata poca chiarezza nel descrivere queste dinamiche, lasciando intendere erroneamente che la legge proibisca il soccorso delle persone in mare: «Abbiamo studiato e ci siamo documentati moltissimo – risponde il regista – sappiamo che ci sono stati pescherecci sequestrati per aver condotto in porto dei migranti in pericolo con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina».

Appare poi evidente nel film l’isolamento dei protagonisti, abituati ad agire di nascosto, privi di fiducia nelle istituzioni: «Se ho scelto di rappresentare i personaggi in balia delle onde nel finale è proprio perché sono soli, se ci fosse una vera comunità intorno a loro troverebbero una terraferma», dice Crialese.

Invitato a riflettere sulla percezione che gli italiani hanno dell’immigrazione, l’autore giudica inadeguati i mezzi di comunicazione («le notizie si mescolano, non è possibile comprendere una tragedia attraverso i pochi minuti di un telegiornale») e giudica l’Italia «un Paese vecchio e impaurito, con un gran bisogno di apertura e contaminazione: il contributo degli stranieri potrebbe essere determinante per uscire da un’impasse sociale ormai sotto gli occhi di tutti».

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