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La Leggenda vive

Forse non hanno tutti i torti i musicisti di mezzo mondo quando dicono che “i fan italiani sono i migliori, l’affetto, il calore bla bla bla”. Sicuramente la folla (non numerosissima, in verità) accorsa il 2 maggio al Fillmore di Piacenza per Jon Oliva e i suoi Pain merita tutti i plausi del mondo.
Si intuiva che la serata sarebbe stata particolare già analizzando la fauna presente nel locale: raramente si è vista una tale concentrazione di magliette, felpe, toppe da zaino, spille, mutande, perizomi e memorabilia vari, tutti dedicati allo stesso gruppo. La gente vuole i Savatage, è evidente, e come dar loro torto? Sono (stati?) una band davvero indimenticabile, dal suono unico e personale, e sentire i loro pezzi dal vivo, anche se riarrangiati per l’occasione, è un’emozione che nessun fan vuole negarsi.
Purtroppo, la strada verso il Paradiso è pavimentata di gruppi spalla.

I primi della serata sono i finnici Masterstroke. Presenza scenica decente, tecnica personale altrettanto decente, ma purtroppo musica impresentabile. Ci sfugge il motivo della loro presenza di spalla a Jon Oliva, loro e il loro power/heavy tipicamente finnico e tipicamente noiosissimo e senza nerbo. Certo non il modo migliore per scaldare il pubblico presente. Ispirano simpatia e una certa dose di rispetto, visto dove sono arrivati nonostante la giovane età, ma finisce lì.

Non va meglio coi danesi Manticora, i quali hanno in più l’aggravante di essere una band navigata e molto seguita. Non ci lanceremo in prediche sul buon gusto e sull’originalità, ma quando il tuo tentativo di copiare i Blind Guardian è talmente palese che addirittura ti sforzi di cantar male per sembrare Hansi Kursch, be’, qualche domanda potresti anche fartela. Sorvolando poi sui suoni scelti dalla band, con chitarre, basso e batteria bassissimi a privilegiare non-si-sa-bene-cosa. E sorvolando sulla qualità dei pezzi, slegati e senza mordente. Bocciatura ancora più netta che per i Mastestroke, il che è tutto dire.

C’è attesa nell’aria durante il cambio palco, sembra che il pubblico italiano non abbia per nulla dimenticato le gesta del Mountain King, nonostante il ridicolo numero di persone accorse per il concerto. Così, quando si spengono le luci e come intro ascoltiamo “Temptation Revelation”, il pubblico esplode in un’ovazione che trova compimento nella comparsa sul palco del mastodontico frontman.
Compromesso sembra essere una parola sconosciuta per Jon e quindi ecco che il concerto si apre con nientemenoche “Sirens”. Il Fillmore si riconferma club dalle grandi potenzialità, visto che i suoni sono fin da subito ottimi. Nemmeno il tempo di riprendersi che subito “Unusual” viene riportata alla luce da “Power Of The Night”, con grande sorpresa del pubblico. Vengono poi proposte “Through The Eyes Of The King” e la title-track di “Maniacal Renderings”, uniche canzoni riprese dal vecchio catalogo Jon Oliva’s Pain.
Ci si aspetta un proseguimento su questa linea, quando invece “Gutter Ballet” e “Hounds” ci vengono sparate in faccia da una formazione veramente compatta e convinta nel rileggere questi classici assoluti del metal. In particolare Matt LaPorte alla chitarra solista e il bassista Kevin Rothney non si risparmiano, muovendosi bene e dando l’impressione di essere veramente a loro agio in questa difficile impresa.

Il concerto segue la linea finora intrapresa, con picchi assoluti durante la splendida “Firefly” da “Global Warning”, “Tonight He Grins Again” (aperta dall’intro di “Mentally Yours”) e ovviamente le imprescindibili “Jesus Saves” e “Believe”, cantata a squarciagola da chiunque fosse sotto il palco. Oliva, nonostante la stazza monumentale (o forse grazie a essa?), ha ancora un carisma unico e stupefacente, è davvero difficile staccargli gli occhi di dosso durante il concerto: si muove, fa facce buffe, minaccia col bastone i suoi compagni e scherza col pubblico. Oltre a questo dimostra di essere ancora l’incredibile screamer che tutti conosciamo e, dove non può arrivare, si arrangia in modo sempre più che buono senza mai cedere né dare segni di stanchezza.
Il pubblico gradisce così tanto che il gruppo viene costretto a due bis, la seconda volta dopo che gli ampli erano già stati spenti dopo la bordata di “Hall Of The Mountain King”…

Pollice assolutamente su, quindi, per questo progetto che sembra aver rimpiazzato definitivamente i mai troppo compianti Savatage. Un gruppo di eccellenti interpreti, autore finora di tre dischi senza dubbio ottimi e guidato da uno dei personaggi più incredibili, carismatici e trasudanti passione che la storia del metal abbia mai avuto.

1) Sirens
2) Unusual
3) Through The Eyes Of The King
4) Maniacal Renderings
5) Gutter Ballet
6) Hounds
7) Firefly
8) Mentally Yours/Tonight He Grins Again
9) Jesus Saves
10) Before I Hang
11) Global Warning
12) Chance
13) O To G
14) Believe
15) Look At The World
16) Adding The Cost
17) Hall Of The Mountain King
18) You Never Know

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