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La libertà della fede

L’ultimo lavoro di Ang Lee non è soltanto uno degli esempi finora più riusciti di autorialità in 3D. Adattando per lo schermo il bestseller di Yann Martel, da più parti giustamente definito infilmabile, e potendo contare su un budget hollywoodiano, il maestro taiwanese confeziona un lussuoso film d’avventura per famiglie la cui essenza ultima va ben oltre la stupefacente efficacia degli aspetti tecnico-artistici.

Lee, e con lui tutti quanti abbiano letto il libro, sa benissimo che l’avventura di Pi sopravvissuto ad un naufragio per 227 giorni su una scialuppa in mezzo all’oceano in compagnia di una minacciosa tigre del bengala, è soltanto il livello più superficiale e immediatamente godibile del viaggio cui sono chiamati gli spettatori. La storia di Pi è in realtà una vera e propria parabola che affronta con intelligenza la dicotomia tra mondo umano e universo animale, fede e scienza, spiritualità e realtà. Quando Pi approda sulle spiagge del Messico e osserva la tigre che si allontana senza degnarlo di uno sguardo — forse il momento più commovente de film — la sua riflessione sulla vita come costante separazione da qualcosa e perpetua elaborazione di un lutto, è la conferma della sorprendente densità del testo.

Ancora: a un livello più profondo “Vita di Pi” è anche e soprattutto una stratificata riflessione sul potere del racconto, sul nostro bisogno di ascoltare storie e di credere in qualcosa. Qualcosa in cui ci riconosciamo, come in uno specchio. Qualcosa che abbia senso per noi. Perché siamo sempre noi, attori-lettori-spettatori, a dare l’interpretazione ultima di quanto ci accade in prima persona e delle storie che ci vengono raccontate. Ed è attraverso quello in cui crediamo che definiamo noi stessi.
[PAGEBREAK] Si parte con il più semplice dei pretesti narrativi: un giovane scrittore visita Pi nella sua casa in Canada e gli chiede di raccontargli l’incredibile avventura che lo ha visto protagonista e che “dimostrerebbe l’esistenza di Dio”. Questa cornice non solo permette l’identificazione dello spettatore ma chiarisce sin dall’inizio che di un racconto si tratta, non della realtà. Un racconto diviso in tre parti: l’infanzia di Pi; la lotta per la sopravvivenza nell’oceano assieme alla tigre; infine la narrazione di una versione alternativa degli eventi che Pi, finalmente in salvo, fornisce ai funzionari della compagnia navale giapponese.

Ed è qui che il film svela tutta la sua ambigua complessità, con un colpo di scena che arriva quasi in coda ed impone allo spettatore di mettere in discussione tutto quello che ha visto prima. Quando i funzionari chiedono a Pi di inventarsi un’altra storia perché nessuno crederebbe a quella con la tigre, Pi inizia a narrare il resoconto di un’avventura tutt’altro che eroica, senza animali pericolosi né approdi su metaforiche isole cannibali, ma molto più atroce: il racconto di una tragedia che trasforma il protagonista in un assassino e conferma la brutalità della natura umana. Il resoconto è molto dettagliato, la voce tremante e lo sguardo terrorizzato sembrano rivivere davvero un incubo, Ang Lee opta genialmente per un’ inquadratura fissa sul volto dell’attore e in noi si insinua a poco a poco il dubbio che questa versione dei fatti sia la verità.

Ma i funzionari sono profondamente turbati dalla crudeltà del nuovo racconto e scelgono comunque di riportare la versione con la tigre, carica di speranza, coraggio e positività. Anche il giovane scrittore dichiara di preferire la prima versione. È quella che piace di più anche a Dio, sottolinea Pi. L’ambiguità del finale conferma quindi che quello a cui abbiamo assistito non è un semplice racconto, ma una parabola sulla spiritualità. Attraverso la vita di Pi, Martel e Ang Lee ci lanciano la palla: non importa stabilire quale delle due versioni sia vera, ma decidere a quale vogliamo credere. Ed è di questo che, in definitiva, ci parla “Vita Di Pi”, della libertà della fede. E, molto spesso, della sua necessità di fronte alla mostruosità della vita.

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