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La Louisiana di Benh Zeitlin

“Re della terra selvaggia” è il titolo scelto dal giovane regista newyorchese Benh Zeitlin per la distribuzione italiana del suo primo lungometraggio, un titolo che «riesce a convogliare l’ambivalenza di significato dell’originale, “Beasts of the Southern Wild“», dove il termine “beasts” indica gli animali che vivono nel Bayou, la regione di acquitrinii e paludi nel sud della Louisiana, ma anche, più propriamente, gli abitanti di questo luogo pervaso da magia e tradizione, forze selvagge e indomite, che resistono all’addomesticamento.

Tutto il film è percorso da una dicotomia Natura-Uomo che ha fatto pensare al miglior Malick ma in realtà assimilarla a qualcos’altro, anche se illustre, significherebbe limitarla né può essere d’aiuto pensare alle “Creature selvagge” di Spike Jonze, perché siamo di fronte a qualcosa di più convincente o, come minimo, unico.

«È una relazione a due sensi quella tra gli uomini e la natura — racconta Zeitlin, a Roma per l’anteprima del film — la natura li mantiene vivi, ma può strappar loro la vita. Ho voluto rappresentare il processo di un uomo che comprende la natura, diventando una creatura degna sul pianeta: non è una storia di crescita e formazione, piuttosto sul rispetto, sulla comprensione della natura e sulla capacità di convivere con essa in equilibrio.
Non era mia intenzione criticare i politici né innescare una battaglia sulla responsabilità ambientale, tantomeno risvegliare le coscienze, solo interrogarmi sulla maniera di reagire alla condanna a morte di un mondo come questo, in cui tra uragani, maree, terra che si sgretola sotto ai nostri piedi, tutto contribuisce a trasmettere la sensazione che un giorno, inevitabilmente, questo ambiente sarà cancellato dalla mappa geografica».

Guardare “Re della terra selvaggia”, ha scritto giustamente il New York Times, «è come essere trasportati da un ritmo irresistibile, commossi da una melodia profondamente familiare anche se si è certi di non aver mai ascoltato nulla del genere prima».
[PAGEBREAK] HUSHPUPPY, IL RE DELLA VASCA
“Re della terra selvaggia” è la storia di una bambina, Hushpuppy (Quvenzhanè Wallis, nove anni e una nomination all’Oscar), che vive col padre Wink (Dwight Henry), uomo severo ma affettuoso, in una comunità tra le paludi di un delta del Sud americano, chiamata La Grande Vasca (Bathtub), che ha i suoi ritmi e le sue usanze e resiste ostinatamente al di fuori della civiltà moderna appena olte l’argine.

Wink ha contratto una grave malattia, e vuole preparare la figlia a vivere senza la sua protezione, a far conto solo sulle sue forze, le sue braccia. Come fosse un ometto, le insegna a pescare a mani nude, a spaccare il carapace dei granchi pescati con la semplice forza delle braccia, ad essere l’animale più forte di tutti, il Re della Vasca (quello, appunto, richiamato con orgoglio nel titolo italiano), più forte anche della catastrofe incombente: la Grande Vasca è infatti alla vigilia di un cataclisma di epiche proporzioni, gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono e giungono gli Aurochs, misteriose e feroci creature preistoriche. Hushpuppy si trova a lottare per preservare il suo mondo, e trovare il suo posto in esso.
[PAGEBREAK] «BATHTUB IS ABOUT FREEDOM»
Bisognerebbe contemplare il passato storico di queste zone, crocevia di popoli, nuova patria della prima cultura afroamericana giunta nel Nuovo Continente ibridata con quella europea, culla del Blues, terra densa di religionee superstizione, perché se ci fermiamo a pensare a tutto questo, e poi consideriamo la scelta del giovane Zeitlin di ambientare una vicenda apocalittica proprio qui, in quei luoghi che lo hanno conquistato tanto da volerne fare la sua nuova casa (dalla quale, ci assicura, non ha intenzione di allontanarsi, nemmeno sul piano artistico), sarà impossibile non rimanere affascinati dal ritratto della piccola guerriera in lotta per la sopravvivenza in un mondo fuori dal tempo, insieme familiare e ostile.

La fine del mondo in Louisiana, negli occhi di una bambina di sei anni che non conosce altro che quell’universo sporco e disordinato, fatto di baracche, mezzi di fortuna, e temerarietà. A chi gli chiede il perché di questa ambientazione, e della prospettiva scelta per dipingere lo scontro di due civiltà opposte, Zeitlin spiega: «Più che uno scontro tra il mondo selvaggio e quello civilizzato, penso alla Grande Vasca come una storia di libertà, luogo dove non si deve dipendere da nient’altro per sopravvivere, si è soli con e contro la natura.

Quando vai lì, anche se non parli con nessuno, percepisci nell’aria che qualcosa è diverso. È questa diversità che ho voluto catturare e rendere lirica: questo film non è un documentario, ma è ispirato fortemente dalla realtà. Molte cose che vediamo esistono in altri luoghi, le ho soltanto concentrate tutte in uno solo, rendendolo un simbolo».
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«BATHTUB IS NO TECHNOLOGY»

Ma com’è stato possibile ricreare questo straordinario universo e la sua distruzione, e soprattutto quelle creature mitologiche che tornano alla vita dopo lo scioglimento dei ghiacci polari, avendo a disposizione un budget limitato?

C’è voluta inventiva, certamente, e un pizzico di fortuna. Il film ha avuto la buona sorte di essere stato selezionato al laboratorio Registi Sceneggiatori e Produttori del Sundance Institute, ma soprattutto ha ottenuto l’aiuto di ogni singola persona che è entrata a far parte del cast tecnico (in totale circa 80 persone) e della popolazione locale.
Quanto alla realizzazione degli Aurochs, anch’essi, in piena sintonia con l’autenticità che ha permeato ogni fase della produzione, non sono frutto di CGI: «Sono stato inflessibile: non potevano essere creati con la tecnologia. Dato che, come ogni altra cosa nel film, dovevano avere un aspetto consistente con l’immaginazione di una bambina che non ha mai visto film o letto libri, volevo animali veri: Hushpuppy ha un maiale gigante, e quindi abbiamo preso cinque maialini vietnamiti, gli abbiamo adattato un costume fatto con la pelliccia di un roditore che vive solo in quelle paludi (lo swamp rat) e li abbiamo addestrati ad esibirsi davanti alla macchina da presa… tutti trucchi old school».
[PAGEBREAK] QUVENZHANÉ, «UNA MICRO-FORZA DELLA NATURA»
E veniamo infine al cast: né Quvenzhanè WallisDwight Henry avevano mai recitato, ma «bastava guardarli negli occhi per capire che erano dei feroci guerrieri,capaci di ogni cosa». E trovarli non è stato facile, c’è voluto quasi un anno di volantinaggio, reclutamento porta a porta, audizioni inconsuete in scuole e luoghi pubblici, finché un giorno, ci racconta sorridendo Zeitlin, «dopo aver incontrato migliaia di persone, quando finalmente è entrata lei è successo. Sapete, si spalanca il cielo, scende un raggio di luce: il miracolo. Quvenzhanè interpreterà i grandi ruoli della storia del cinema. È una micro-forza della natura con una capacità di mettere a fuoco le cose e un’intelligenza emotiva mai viste prima».

Altra formidabile presenza è quella di Dwight Henry. Zeitlin non smetteva di riguardare una registrazione di un uomo con un sorriso particolare. Era una figura familiare, perché gestiva un delizioso panificio proprio di fronte alla vecchia scuola in cui si facevano le audizioni. Non recitava in quelle registrazioni, ma raccontava storie incredibili sulla New Orleans post uragano Katrina, mentre continuava a lavorare. Tutti pensavano che il ruolo di Wink sarebbe dovuto andare ad un attore professionista, ma alla fine hanno preferito quest’uomo dalla potente vulnerabilità emotiva e una presenza scenica imponente. Si sono trovandosi a realizzare prove e sessioni col regista dalle due alle cinque del mattino, nel panificio, e tutto ciò ha fatto sì che fosse lui a creare letteralmente il proprio personaggio.

«L’abilità di qualcuno nel preparare ciambelle o nel ridere di gusto contano per me tanto quanto la sua capacità di essere un ottimo carrellista. Nella mia vita, così come nei miei film voglio essere circondato da persone selvagge, coraggiose e di buon cuore. Se questo, a volte, conduce a situazioni di caos, non importa», conclude Zeitlin.

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