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La mafia tra melodramma e mitizzazione

Una storia d’amore impossibile. Il ritratto di una donna di mafia. È questo, in sintesi, “Galantuomini” di Edoardo Winspeare, presentato alla stampa milanese lo scorso 17 novembre.

“Se non si è sentito tanto parlare, attraverso i media, di donne all’interno della Sacra Corona Unita – spiega il regista Edoardo Winspeare – è perché poco si è scritto e detto della mafia pugliese, almeno rispetto all’attenzione riservata a quella siciliana o calabrese. È anche vero che le donne sono state sempre le donne di qualcuno: la moglie, la fidanzata, la sorella. E il loro ruolo si è accresciuto nel momento in cui i rispettivi uomini si sono trovati ad essere assenti, vuoi per viaggi, vuoi per periodi di detenzione. Anche Lucia, la protagonista del film, interpretata da Donatella Finocchiario, è una sorta di luogotenente di un boss che risiede in Montenegro”.
L’idea di rendere una donna la protagonista di un film di mafia deriva da un’esperienza concreta, vissuta da Edoardo, all’interno di un carcere femminile. “Qui – racconta – mi è capitato di sentirmi totalmente affascinato da alcune figure femminili, che mi hanno suggerito i tratti del personaggio di Lucia”.

“Lei è nata tra gli uomini – spiega Donatella – e di loro ha assunto i comportamenti e le abitudini, anche se a volte, come quando scherzano di calcio, per esempio, si ritrova a guardarli con un certo distacco. Li considera sicuramente poco interessanti e poco intelligenti. È per questo che l’incontro con il magistrato Ignazio, interpretato da Fabrizio Gifuni, è tanto significativo: lui rappresenta il galantuomo, che le fa sognare una vita diversa”.

Edoardo e Donatella si sono conosciuti appena dopo l’uscita di “Angela” di Roberta Torre e subito hanno deciso che avrebbero realizzato un film insieme. “Grazie a questo copione – confessa l’attrice – ho scoperto la mia anima nera. Quando mi rivedo, scopro una persona sconosciuta. Probabilmente mi ha aiutato il fatto che si tratta di un personaggio doppio, in equilibrio precario tra spietatezza e femminilità. Questa ambiguità mi ha impedito di eccedere e di rendere così il personaggio grottesco. Per interpretarlo, poi, ho studiato a fondo l’orgoglio delle donne salentine, che traspare dal loro sguardo: fiero e altero. Per la mascolinità di Lucia, devo invece ringraziare una mia cara amica, di cui in questi mesi ho studiato i movimenti e le pose”.

“Il mio personaggio – spiega invece Fabrizio Gifuni – è un uomo colto e profondamente strutturato. Anche lui, però, al contatto con una Puglia tanto massacrata, non può che crollare. Ed è così che si dimostra debole quando, nel corso delle sue indagini, emerge la figura di Lucia. È un conflitto di interessi che può creare situazioni difficili. I magistrati che abbiamo interpellato durante la realizzazione del film, ci hanno però raccontato che l’atteggiamento più corretto consisterebbe nel proseguire le indagini, spostando sempre più in là i propri limiti. L’astensione è considerata infatti una grande sconfitta”.

Il personaggio di Ignazio si innamora, insomma, di una donna al suo opposto, come precisa Winspeare. “Nel Sud è prassi che i cosiddetti colti leggano solamente saggi e siano davvero intellettuali alla vecchia maniera. Queste donne che ho voluto ritrarre sono, al contempo, molto più raffinate rispetto ai bulletti da bar come Infantino, interpretato da Giuseppe Fiorello. Anche a me è capitato di provare un’attrazione di questo tipo” confessa il regista.

“Galantuomini” è quindi una pellicola imperniata essenzialmente su una storia d’amore. È innegabile però che, allo stesso tempo, molto ci sia del folklore tipico di tutto il lavoro di Winspeare, ma soprattutto che “Galantuomini” sia un film di mafia.
“Penso sia necessario denunciare questo male – riflette Giuseppe Fiorello – anche se i modi per farlo sono diversi. Si rischia di mitizzare il mafioso e renderlo una sorta di eroe. Quand’era piccolo, io stesso sono rimasto parecchio affascinato dalla figura del Padrino. Edoardo ha invece ridicolizzato i criminali, presentandoli stupidi e goffi. Come spiega anche Saviano, i mafiosi, infatti, non temono una mitizzazione, sono più infastiditi dalle prese in giro. Non c’è da temere, quindi, che “Galantuomini” contribuisca a ad alimentare l’idea del criminale come un mito da seguire”.

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