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La masterclass di John Canemaker alla Mostra di Pesaro

Come molti grandi e sensibili artisti, anche John Canemaker ha a un certo punto scoperto il potere catartico dell’autobiografia, e in particolare del racconto della propria infanzia. Quei momenti sparsi nella memoria, quelli felici e quelli traumatici, che contribuiscono alla formazione dell’artista.

In “The Moon and the Son: An Imagined Conversation”, cortometraggio animato di mezz’ora realizzato nel 2005, Canemaker imbastisce una tardiva conversazione con il padre defunto dieci anni prima, illustrandola per tutta la sua durata con disegni e animazioni essenziali e inserti di filmati amatoriali.

Lungi dal comporre un ritratto idealizzato (tanto che il personaggio del padre spesso si indigna che il figlio abbia solo brutti ricordi) ma senza più rancori, John jr. ci racconta dall’inizio la storia del padre John Cannizzaro: figlio di immigrati italiani nato in America ma tornato subito in Italia dopo il terremoto di Messina, cresce in Sicilia cadendo inevitabilmente nelle grinfie della mafia. E i rapporti con la mafia persisteranno anche al suo ritorno negli Stati Uniti.

Quando John Jr. è quasi diciottenne, il padre finisce in carcere; ci era già stato più volte in Italia, ma stavolta la sua reclusione dura cinque anni. La persona che esce dal carcere è un uomo talmente cambiato che a poco a poco distruggerà la sua famiglia. John Jr. è l’unico che fugge, cercando di farsi una vita a New York, ma sentendosi in colpa per aver lasciato la madre e il fratello con il padre violento.

Eppure è grazie al padre che John Canemaker ha perseguito la sua passione per l’animazione. Il genitore apprezzava i suoi disegni, e già da piccolo gli costruì un tavolo attrezzato per il mestiere, su cui il piccolo Cannizzaro Jr. realizzava i suoi primi film.

Una storia sofferta e commovente, narrata dalle voci di Eli Wallach e John Turturro nelle parti rispettivamente del padre e del figlio, è stata giustamente celebrata con il premio Oscar per il miglior cortometraggio animato nel 2006.

Ma John Canemaker è anche uno stimato storico dell’animazione, con al suo attivo decine di pubblicazioni in materia e dedicate il più delle volte ai Disney Studios e ai suoi leggendari artisti e animatori.

Alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro quest’anno John Canemaker ha tenuto una masterclass che prende spunto dal suo ultimo libro, “The Lost Notebook: Herman Schultheis & the Secrets of Walt Disney’s Movie Magic”: il taccuino perduto dell’ingegnere Herman Schultheis, che collaborò brevemente negli anni ‘40 con gli studios Disney prendendo appunti preziosi sugli uomini e sui luoghi “dove accade la magia”.

Schultheis scomparve nelle giungle del Guatemala nel ‘55, e solo pochi anni fa il suo taccuino è stato ritrovato dallo storico Howard Lowery.

«Se avessi una macchina del tempo — dice Canemaker — la userei per esplorare gli studi della Disney tra il 1937 e il 1940, uno straordinario periodo di innovazioni al quale ancora oggi dobbiamo molto. Da quegli anni sono usciti capolavori come “Fantasia”, “Bambi”, “Pinocchio” e “Dumbo”. Oggi sono dei classici ma allora erano progetti rischiosi per una casa di produzione».

Utilizzando un ricco e affascinante corredo di immagini, John Canemaker ha mostrato al pubblico del Teatro Sperimentale di Pesaro come venivano realizzati gli effetti speciali di quel periodo: «in modo artigianale, con chiodi, vetro, intonaco e cavi d’acciaio. La lava dei vulcani in “Fantasia”, ad esempio, fu ricreata utilizzando un impasto di farina d’avena, terra e caffè». Illusioni ottiche, effetti fotografici e articolati marchingegni meccanici permettevano di portare sullo schermo sequenze d’arte che ci stupiscono ancora oggi.

«Certo, quelli che vi illustro sono metodi di lavoro ormai sorpassati, ma provo sempre una gioia profonda quando scopro il funzionamento di un meccanismo. E credo che sia tuttora interessante studiare queste tecniche. Coloro che si occupano di CGI in fondo non sono altro che artisti animatori».

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