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La melodia oltre il muro del suono

A Firenze ci sono i Mogwai. Sul palco che il giorno precedente era stato dei Motörhead, la band di Glasgow ha il compito di rinnovare l’amore per il rock che questa città sembra sempre sul punto di smarrire. Annoverati nell’olimpo del “post-rock”, i Mogwai hanno il difficile compito di rispettare le sempre più pretenziose aspettative del pubblico fedele al genere e di farsi ascoltare anche dai meno appassionati. Potrebbe sembrare banale ma, il luogo e il momento impongono un pubblico abbastanza eterogeneo. Firenze, poi, è una città incontentabile.

Saliti sul palco, i Mogwai, iniziano subito a dare al concerto l’impronta cui sono fedeli: spingere la melodia oltre il muro del suono. È tutto un sali e scendi, ci si ferma e si riparte, si mescolano cattiveria e dolcezza. La scaletta è molto interessante, si passa attraverso tutti quei quindici anni di attività in cui i cinque di Glasgow hanno saputo evolvere e plasmare la propria forma canzone. Quando si intuiscono le prime note di “Mogwai Fear Satan” l’atmosfera è da pelle d’oca. Era il 1997 quando uscì “Young Team” e non riuscivamo a staccare le orecchie da quei quasi venti minuti di delirio finale. Oggi la situazione è la stessa di allora.
I Mogwai vanno avanti con un unico difetto: all’esecuzione magistrale non corrisponde la forte interazione con il pubblico che, se volessero, non farebbero troppa fatica a creare. “Summer” è più bella che mai e il trittico finale, che combina passato e presente, ci immerge in un ambiente sonoro di ottima fattura: spazioso e controverso, melodico e rumoroso.

Dopo poco più di un’ora la band si ritira per tornare con un encore piuttosto controverso. “My Father, My King” è di per sé una canzone (o tante?) assurda. È pura sperimentazione, venti minuti pubblicati all’epoca (2001) come un allegato di “Rock Action” recitando in copertina: “two parts serenity and one part death metal”. Il volume è assordante e forse i Mogwai esagerano un po’ nell’outro che propone minuti infiniti di puro rumore. Il noise fa parte del loro bagaglio ma, nel caso specifico sembra un po’ troppo esteso. Due minuti in meno e sarebbe stato perfetto.

A concerto finito, quando si confrontano gli stati d’animo e il pubblico cerca la sua critica si sente al solito parlare del mondo del post-rock. Il post-rock è un genere difficile, non ci stancheremo mai di ricordarlo. Le accuse di ripetitività, di eccessiva estensione e di fine a sé stesso non smetteranno di attorniarlo. Ma, forse, il post-rock di genere ha ben poco. È una definizione che forse sta diventando obsoleta, un’etichetta che troppo spesso mette insieme attitudini e sonorità completamente differenti. I Mogwai sono uno di quei quattro-cinque gruppi che questa etichetta se la portano dietro dalla nascita, che hanno contribuito a diffonderla e che viene loro, a nostro parere, sempre più erroneamente affibbiata. Definire “post-rock” tutta la musica strumentale che si rifà ad una data impostazione è inutile e deleterio e ci fa finire in un tunnel dialettico che è proprio esclusivamente della critica e non di chi questa musica dovrebbe comporla. L’identificazione e la catalogazione delle varie attitudini del rock sta diventando oramai un po’ vecchia e scontata. Cerchiamo di ascoltare quello che ci viene proposto e attribuiamolo a chi l’ha suonato senza dover per forza guardare ad un livello più ampio di cui è impossibile definire i confini.

Friend Of The Night
I’m Jim Morrison I’m Dead
Hunted By A Freak
Mogwai Fear Satan
I Know You Are But What Am I?
Summer
Auto Rock
You Don’t Know Jesus
Thank You Space Expert
2 Rights Make 1 Wrong
Batcat
———
My Father My King.

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