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La mia rabbia

Chissà come avrebbe reagito Pier Paolo, che è più meno la domanda che ci facciamo tutti da quella notte maledetta del novembre 1975, quando la voce di quello che Moravia definì uno tra quei “due o tre poeti al massimo che nascono per ogni secolo” uscì per sempre dalla scena culturale italiana.

Le orazioni che ai funerali del poeta friulano vennero pronunciate da intellettuali amici come Moravia, Enzo Siciliano e Bernardo Bertolucci erano segnate tutte da un sentimento comune, che andava oltre il dolore e la commozione: era rabbia, rabbia per non aver potuto fare nulla e aver perso una figura insostituibile, al di là della facile retorica funeraria.

A Venezia 65, esattamente 40 anni dopo il festival fascista del 1968, in cui il regista di Casarsa aderì alle contestazioni con l’intenzione di ritirare il suo Teorema, Giuseppe Bertolucci, fratello minore del citato Bernardo, propone un montaggio nuovo che definisce “Ipotesi di ricostruzione originale del film”: grazie al prezioso lavoro della Cineteca Nazionale di Bologna (di cui Bertolucci è direttore, ndr) il film recupera i frammenti di colore, che rendono dignità in particolare ai quadri rosso Guttuso, e aggiunge alla parte pasoliniana diciotto minuti inediti presenti nella sceneggiatura cartacea, in originale eliminata per lasciare spazio a quel Giovannino Guareschi con il quale Pasolini non sopportò mai di condividere l’opera, soprattutto nei termini dicotomici e pugilistici che aveva imposto il produttore Gastone Ferranti.

“La Rabbia Di Pasolini”, questo il titolo dato da Bertolucci che non lascia dunque spazio a eventuali dubbi di attribuzione artistica, rimane a quasi mezzo secolo di distanza un’opera complessa, difficile, per l’esigenza di esegesi di stampo implicitamente marxiana richiesta dal procedere critico di Pasolini. Sarebbe facile, e forse troppo sbrigativo, definire l’opera una sinossi di poetica: “La Rabbia” si snoda come un documentario, grazie al montaggio connotativo, talvolta avanguardistico, di immagini di repertorio che costruiscono e fortificano il messaggio dell’autore. Dal terzomondismo della liberazione all’elezione popolare e rassicurante di Papa Roncalli, dai fatti d’Ungheria al Congo di Lumumba. Per arrivare alla bellezza insieme impotente e salvifica di Marilyn Monroe, che esplode e si fonde nel fungo atomico del finale, eterno monito bellico.

Giuseppe Bertolucci aggiunge inoltre un suo finale, inserendo frammenti di quella rassegna stampa tipicamente di linciaggio attiva in quegli anni (tra cui un allucinante sketch di Noschese), una persecuzione che Pasolini individuava in una sorta di Cerbero piccolo-borghese fatto di moralismo, qualunquismo, acculturazione.
Il film si chiude con la definizione di “arrabbiato” che Pasolini dà di se stesso, accennando a uno splendido parallelo con Socrate e la società ateniese: l’autore di “Accattone”, consapevole di essere in fondo un “uomo solo in rivolta“, per dirla con Sciascia, sapeva anche benissimo che la rabbia è una sensazione indispensabile quanto pericolosa, in quanto tende per natura al disordine, all’entropia, che cercò di avversare per tutta la vita.

Il fatto che un autore come lui sia stato (giustamente) inserito nell’ottima rassegna di Tatti Sanguineti, “Questi Fantasmi”, getta un’aura di ironia tragica sull’evento: i fantasmi, quando appaiono, sono quasi sempre soli. Ma soprattutto, cosa molto più importante, fanno paura.

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