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La mia vita in uno studio di doppiaggio

Eric Alexander, durante la seconda serata di “Arese in Corto 2008″, ha presentato “Doppio”, lungometraggio incentrato sull’universo del doppiaggio e interpretato, tra gli altri, da Camila Raznovich e Kris&Kris. Lo abbiamo incontrato al termine della proiezione.

Cosa ti affascina del mondo del doppiaggio?
Il doppiaggio è un gioco. Ha molto del mestiere e poco dell’arte. È un mondo che conosco bene perché l’ho vissuto e come si racconta nel film – in gran parte autobiografico – non ho mai scelto di fare il doppiatore. Mi è capitato, in attesa di realizzare altro. Da qui, ecco che emerge allora un rapporto di forte conflittualità con questo mestiere. Va detto però che è un’ottima “palestra” e penso sia anche una buona scuola di ritmo, come diceva Gassman. Bisogna però stare attenti a non rimanerne vittime, perché dà ben poche possibilità di espressione artistica. Si rischia quindi di innescare il “pilota automatico” e non mettersi più alla prova.

Ci sono doppiatori celebri che consideri un po’ come tuoi miti?
Ci sono grandissime voci ancora in vita. Ovvio che quelle del passato rimangono ancora più riconosciute, anche presso il grande pubblico. Uno dei miti del doppiaggio sicuramente è Ferruccio Amendola. Durante il film il mio personaggio compie una gaffe terribile con il figlio d’arte di uno dei maggiori doppiatori italiani dicendogli: “Dopo Sean Connery a tuo padre hanno fatto doppiare proprio una faccia da scemo!”. Non sa però che quello è il suo vero volto, preso a prestito per la pubblicità di un detersivo. Ed è un episodio realmente accaduto al figlio Claudio Amendola. Insomma, con questo ho voluto omaggiare a modo alcuni grandi del doppiaggio.

Il ritratto di un microcosmo impegnato nel cinema vuole richiamare un po’ “Effetto Notte” di Truffaut?
Con “Effetto Notte” il mio film ha in comune, in effetti, il fatto di ritrarre il dietro le quinte di un mestiere dello spettacolo. La mia, però, è una commedia e non vuole certo pretendere di porsi al livello di un film di Truffaut. Vuole comunque svelare un mestiere che è sempre stato nell’ombra. E proprio grazie a questa novità, il film sta ottenendo, nel suo piccolo, una certa attenzione.

Milano appare spesso durante il film, con numerose vedute. Com’è il tuo rapporto con questa città?
È la mia città. E di essa, per girare le esterne, ho voluto scovare la parte più periferica, quella dei loft che richiama un po’ Brooklyn. Va detto però che ora non è più una zona molto segreta, essendo stata acquistata dalla Rai per installarvi i nuovi studios.

Da dove deriva il titolo “Doppio”?
Ovviamente richiama la parola “doppiaggio”, ma è più che altro posto a indicare la relazione conflittuale, di amore e odio, che esiste tra i due fratelli protagonisti del film. Morandini, che ha visto il film, lo ha definito una “commedia romantica tra due fratelli”. Ed è proprio questo il tema che ho voluto approfondire: è un amore particolare, che crea un microcosmo all’interno dell’altro microcosmo, più ampio, delle persone che lavorano nello studio.
Molti personaggi, poi, sono segnati una duplicità interna che impedisce loro di vivere serenamente, come nel caso di Giovanna. Oggigiorno la donna spesso affronta la sessualità proprio come l’uomo e lei, pur non essendo una ragazza facile, vive con molta spensieratezza il fatto di avere diversi partner.

Il film indaga però anche la relazione tra giovani e anziani. Come vedi questo rapporto all’interno del mondo del doppiaggio?
Il doppiaggio si sta industrializzando e impone tempi sempre più ristretti. Per questo motivo è necessario masticare il mestiere per dimostrarsi subito all’altezza. Non c’è più margine di sbaglio, perché lo sbaglio è un rallentamento dei ritmi di produzione. In questo i vecchi sono molto più bravi e ciò comporta una maggiore difficoltà per i giovani che vogliono entrare nel settore del doppiaggio.

La tv spesso suggerisce modelli di “successo facile” per gli artisti dello spettacolo. Cosa ne pensi?
Viviamo purtroppo in una società non meritocratica ed è ovvio auspicarsi che ritorni invece una cultura del mestiere, specie in questo campo. “Doppio”, però, non è un’opera polemica, non nasce con l’intento di denunciare una situazione di questo tipo.

La colonna sonora è messa spesso in primo piano…
Sì, all’interno del film è possibile ascoltare tre pezzi dei Cinemavolta, prodotti dai Subsonica, e un brano cantato da me, intitolato “Sunny”, in streaming sul sito www.doppioilfilm.it. Il resto è composto da mio padre, compositore di musica per teatro, che si è cimentato per la prima volta con il cinema. Si tratta di musiche originali, eseguite da un quartetto d’archi diretto da Stefano Menegale.

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