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La morale di Carlo

Inizialmente prevista per l’8 gennaio, l’uscita della nuova commedia di Carlo Verdone “Io, Loro E Lara” è stata strategicamente anticipata a martedì 5 per guadagnare una festività prima dell’invasione di “Avatar” di James Cameron. In occasione della conferenza stampa abbiamo incontrato il grande comico romano insieme al suo formidabile cast: Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Angela Finocchiaro e Sergio Fiorentini. Nel corso dell’intervista emerge con grande commozione anche il ricordo del padre venuto a mancare durante le riprese.

Cosa significa per lei questo film?
“Io, Loro E Lara” è per me un film molto particolare e coraggioso, giocato sui mezzi toni. I sacerdoti che ho interpretato in altri film erano caratterizzazioni vicine alla macchietta, fatte con tic e dettagli dilatati di un vecchio clero. La figura del sacerdote oggi è molto diversa. Volevo raccontare la storia di un uomo perbene, un prete missionario in Africa che torna a casa ma trova una famiglia per nulla disposta ad ascoltarlo. Ringrazio tutto il cast, uno dei migliori che abbia mai avuto. Mi sono stati tutti molto vicino quando non era facile andare avanti. Ho dedicato il film a mio padre e penso di avergli fatto un piccolo regalo.

Il nucleo narrativo ruota intorno al tema del rapporto con gli immigrati. Qual è la sua idea in proposito?
L’Italia è un paese diffidente e questa diffidenza a volte scivola nel razzismo. Le strutture di accoglienza sono poche, non abbiamo l’apertura culturale di altri paesi europei. Se gli immigrati trovano difficoltà ad integrarsi è perché il paese è profondamente diviso. Quello che volevo restasse di questa pellicola è l’immagine di concordia che si vede alla fine: sapersi accettare, riconoscendo i propri problemi e quelli altrui.

Il personaggio di padre Carlo è mosso da una grande dignità e senso di compassione.
Credo che la parola etica sia di grande avanguardia oggi. Viviamo in un momento in cui non abbiamo solo perso il senso etico ma anche la civiltà. Con i miei sceneggiatori volevo azzardare qualcosa di diverso e la figura del sacerdote ci è sembrata molto interessante da indagare. I sacerdoti oggi non parlano dal pulpito ma in mezzo alla gente. Molti sono giovani con una grande preparazione e spesso provengono da esperienze missionarie. Non faccio mistero di non condividere alcune posizioni ecclesiastiche, ma c’è una parte positiva della chiesa che andava indagata e l’ho fatto attraverso questo personaggio.

Come è nata l’idea di un film così morale?
Il film nasce da una mia necessità di cambiare. Sono in un momento in cui se non faccio quello che voglio veramente non mi diverto più. Dopo trenta anni di carriera credo di potermelo permettere. Bisogna arrivare ad un giusto compromesso se si vuole fare seriamente il proprio lavoro. Questo non è che un primo passo: d’ora in poi vorrei dedicarmi a film con una struttura corale, per poter recitare sempre con molti altri attori.

Come mai hai voluto Laura Chiatti mora?
Ho incontrato Laura due anni fa ed ho intuito che oltre alla bellezza avesse un gran temperamento. L’ho voluta castana perché volevo la ragazza della porta accanto, la sentivo più vicino a me, non come oggetto del desiderio ma come una ragazza di tutti i giorni. E comunque non c’è nulla da fare: le metti in testa un gatto e Laura è sempre bellissima.

Cosa pensa dei suoi interpreti?
Laura è stata una grandissima scoperta, umile, positiva e piena di professionalità. Giallini interpreta un ruolo brillante per la prima volta ed ha dei tempi comici sbalorditivi. Che dire di Anna: è una delle nostre migliori attrici teatrali, è autorevole ed ha una proprietà di tempi recitativi fantastici al punto che mi dovevo preparare molto bene quando dovevo girare le scene con lei. Angela è stata sublime, ha trovato quei toni così surreali… E Sergio Fiorentini è un uomo di grande esperienza. Mi correggeva persino sulla dizione!

Laura, è stato difficile entrare in sintonia con il tuo personaggio?
Chiatti: Temevo ed amavo Lara allo stesso modo. Avevo il terrore di rifarmi troppo ai personaggi femminili degli altri film di Carlo. Mi sono affidata a lui e ci siamo confrontati durante le riprese, arrivando a fare le scene così come le sentivamo naturalmente. Avevo paura di esagerare anche perché Lara è ricca di sfaccettature, spontanea ed ironica, ma anche malinconica e compassionevole, con tutto il carico di un passato che dovevo riuscire a raccontare.

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Verdone, può fare un primo bilancio della sua carriera a trent’anni dal suo esordio?
Credo sia successo un miracolo. Dopo che “Bianco Rosso E Verdone” aveva incassato un po’ meno di “Un Sacco Bello”, molti pensavano che avessi già sparato tutte le mie cartucce. Poi Mario Cecchi Gori mi diede fiducia e feci “Borotalco” che vinse 5 David e ad oggi considero il mio film migliore. Allora capii che potevo farcela davvero. Sono stato molto fortunato ed ho saputo amministrarmi bene ma ho anche lavorato con sincerità. Il pubblico fa presto a tirare fuori il cartellino rosso, ma se c’è sincerità, puoi anche sterzare ogni tanto e rischiare. Il pubblico sente quando vibri in modo creativo per far qualcosa in suo favore.

Che differenza ha trovato nel lavorare con la produzione della Warner Bros piuttosto che con De Laurentis? Si è sentito più libero?
C’è un modo diverso di approccio verso il regista-sceneggiatore. De Laurentis ti chiama, approva il soggetto, chiede le prime venti pagine e dà alcune indicazioni su modifiche da apportare. Il lavoro è quindi complicato, perché la produzione interviene direttamente per suggerire una direzione piuttosto che un’altra. E non voglio dire che la direzione suggerita sia sempre quella comica o più commerciale. Con la Warner il lavoro è più snello, maggiormente basato sulla fiducia e con un’ingerenza minore del produttore. E se perdi una giornata di lavoro non succede nulla.

Vorrei dagli interpreti del film una sintetica definizione di Verdone.
Bonaiuto: Uno dei più grandi piaceri del nostro lavoro è quello di recitare con un attore vero. Ecco perché ho accettato subito di girare questo film. Quello che più mi colpisce di Carlo è che è riuscito a sollevare la sfera della comicità romana ad un livello di grazia ed innocenza. È questo il suo grande regalo.

Finocchiaro: Carlo ha un modo speciale di proteggere gli attori, di seguirli nei minimi particolari. Ci si sente come accolti e protetti. Un’attenzione che continua anche fuori dal set.

Chiatti: Mi sono sempre chiesta se gli attori fossero nella vita così come appaiono nei film. Carlo è l’unica persona che è tutto ciò che ti aspetti e non ti delude mai. Ogni personaggio racchiude qualcosa di suo: una persona malinconica, di estrema sensibilità, un gentiluomo che ha un rispetto enorme della donna e delle attrici. Un grande uomo.

Giallini: Carlo per me era un mito ed adesso è come un fratello, è una persona speciale.

Verdone: Il personaggio di Marco in sceneggiatura era minore. Abbiamo curato tutto il reparto femminile, ma quello del fratello non aveva molto spazio. Lo abbiamo quindi costruito insieme a poco a poco e Marco ci ha messo molto della sua creatività e fantasia. Aveva dei tempi fantastici nel tirare su col naso…

Giallini: … metodo Stanislavski!

Un augurio per te stesso e per gli italiani per il nuovo anno.
Non vorrei essere banale, ma il mio augurio è di ritrovare il buonsenso delle cose. Ci vorrebbe un miracolo ma vorrei che si stemperi questa tensione che si sente nel paese. È come se ci fosse sempre un clima di violenta riunione condominiale. Vorrei meno presenzialismo da parte di persone potenti e vorrei che nascesse al più presto una nuova generazione politica. Nel nostro paese la possibilità di un sano ed autorevole ricambio praticamente non esiste. Non sto parlando di destra o sinistra ma di persone che a settant’anni invece che andare in pensione vengono riciclate in nuove posizioni di potere. Abbiamo bisogno di gente nuova e preparata, non di gente che si improvvisa e diventa un burattino in mani altrui. Per quanto mi riguarda, spero di continuare a dare al pubblico delle buone commedie che siano delle fotografie reali del paese. Io sono un pedinatore degli italiani e nel bene e nel male devo sempre cercare dei tic, delle fragilità e dei difetti da rappresentare.

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